Non si può che rimanere sbigottiti di fronte alle dichiarazioni rilasciate qualche giorno fa dal vicesindaco Adriano Ruspolini in una videointervista ad un organo di informazione locale. Videointervista inerente la riorganizzazione del personale del Comune di Todi che ha palesato, con dovizia di particolari e dettagli, la scarsa conoscenza da parte di Ruspolini della macchina comunale, del suo funzionamento e dei principi che informano qualsivoglia attività amministrativa. Egli, non lesinando peraltro smisurati elogi a se stesso (della serie “cantarsela e suonarsela da soli”), ha ribadito con forza la giustezza della rotazione del personale comunale, che, giova ricordarlo, interesserà il venti per cento del numero totale dei dipendenti. Il problema è che, da quanto asserito da Ruspolini, non si comprende quali siano stati i criteri guida alla base di questa riorganizzazione, allo stato dei fatti del tutto disorganica ed asistematica. A meno che non si vogliano considerare criteri guida le esperienze autobiografiche richiamate dal vicesindaco (il quale si è premurato di sottolineare di aver cambiato più volte il ruolo organizzativo ricoperto nella propria carriera militare) o il fatto che, ipse dixit, un dipendente comunale “non può fare per tutta la sua carriera sempre le fotocopie” (quale rispetto e quale alta considerazione per i lavoratori!).
Non smuove Ruspolini il fatto che le posizioni apicali non vengano granché toccate dalla succitata rotazione (strumento destinato, in primo luogo, proprio ai dirigenti ed ai funzionari, come chiarito dall’art. 1, co. 5, lett. b) della l. n. 190 del 2012) o che, come ha illustrato l’Anac prima nella delibera n. 13 del 4 febbraio 2015 e poi nel Piano Nazionale Anticorruzione del 2016 (in questo ulteriormente confortata da alcune recenti pronunce della giurisprudenza contabile), la rotazione può essere estesa a tutti i dipendenti a condizione che si rispettino alcuni vincoli soggettivi ed oggettivi, in particolare, in quest’ultimo caso, la precipua qualificazione tecnica e le competenze richieste per la funzione da svolgere, al fine di assicurare il buon andamento e la continuità dell’azione amministrativa. La rotazione come strumento ordinario organizzativo e di utilizzo ottimale delle risorse umane, infatti, incontra dei limiti oggettivi, quali l’esigenza di assicurare il buon andamento e la continuità dell’azione amministrativa e di garantire la qualità delle competenze professionali necessarie per lo svolgimento di talune attività specifiche, con particolare riguardo a quelle con elevato contenuto tecnico.
Il quadro normativo, dunque, impedisce di assumere misure di rotazione del personale acritiche e disfunzionali, magari in via emergenziale o con valenza punitiva, come si prefigura chiaramente in alcune singole scelte effettuate dall’amministrazione Ruspolini (pardon, Ruggiano). Siamo di fronte ad una vicesindaco che non ha ben compreso come, dalla l. n. 241 del 1990, la legittimazione della pubblica amministrazione non è più solo assicurata dal rapporto verso l’alto, ma è cercata anche in direzione opposta, nella relazione diretta con gli interessati e con gli interessi in gioco. Siamo di fronte ad un vicesindaco che non ha chiara la distinzione tra politica e amministrazione, sancita dalle cosiddette “leggi Bassanini” e ribadita dal d. lgs n. 165 del 2001, un principio che si radica nell’imparzialità della pubblica amministrazione ex art. 97 della Costituzione. Un vicesindaco tutto “chiacchiere e distintivo”, tutte ruspe e bacioni, con scarsa sensibilità istituzionale. Un po’, guarda caso, come il suo beniamino Salvini.

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