Con il rogo del palazzo del Vignola del 1982 è iniziato il declino di un settore che fino ad allora aveva contraddistinto Todi per la sua lunga tradizione nell’arte e nell’antiquariato
vignola_palazzo

Todi, culla di storia, cultura e antichità, non poteva che diventare la città eletta per l’antiquariato. La vocazione per questo settore si attesta sin dai primi anni del ‘900, grazie alla tradizione dei mobili in stile rinascimentale. Inoltre Todi ha rappresentato da sempre un punto d’interesse per i collezionisti, grazie alla presenza di numerose botteghe di restauro, ma anche di nobili famiglie, che custodivano preziose antichità tramandate di generazione in generazione. 

Così dopo la guerra, sulla scia del boom economico, aprono i battenti le prime botteghe antiquarie come quella della famiglie Valentini e Zoccoli. Qualche anno più tardi è la volta del negozio di Ferdinando de Alexandris. Ben due attività presenti in una piccola cittadina in un momento in cui il mercato antiquario nazionale era agli albori, se non nelle grandi città.
E così Todi inizia ad attirare importanti antiquari romani e fiorentini. 

Visto l’afflusso e l’interesse crescente in città, nel 1969 le tre famiglie di antiquari locali, sospinti dai suggerimenti del grande storico e antiquario Bruschi, ebbero un’intuizione: organizzare una mostra dell’antiquariato, quando al tempo l’unico evento del settore era rappresentato dalla Biennale di Palazzo Strozzi a Firenze.

Fu così che Todi divenne il palcoscenico perfetto per ospitare nello storico Palazzo del Vignola, la Prima Mostra Mercato Nazionale dell’antiquariato: il successo fu inaspettato quanto immediato. L’evento si inserì da subito nel gotha dell’antiquariato internazionale, attirando collezionisti e antiquari da tutto il mondo. Ma non solo, la fama di Todi come città dell’antiquariato non si arresta alla sola mostra, pian piano il centro inizia a popolarsi di pregiati negozi di antichità, che richiamano appassionati del settore anche nel resto dell’anno, con effetti positivi sull’economia locale. 

Dopo 13 riuscitissime edizioni, tutto si arresta in quel tragico 25 aprile del 1982, dove la mostra si tramutò nel teatro del rogo in cui persero la vita 35 persone. Nonostante il triste evento, la manifestazione va avanti cambiando denominazione e diventando la “Rassegna Antiquaria d’Italia”, muta anche la location, vengono scelti i Palazzi comunali, e muta parte dell’organizzazione.  Fino al 1993, quando la kermesse fa ritorno al Palazzo del Vignola, restaurato e messo a norma grazie all’impiego di ingenti fondi.

La manifestazione va avanti sino agli anni 2000, perdendo di appeal, frammentata e delocalizzata in vari palazzi di Todi. Dopo edizioni trascurabili e un decremento notevole degli avventori, la mostra viene sospesa nel 2013, “la fine di una lunga e sofferente agonia”, l’hanno definita alcuni degli storici antiquari presenti in città. Non solo la mostra, pian piano la stessa sorte è toccata a quasi tutti i negozi di antiquariato affacciati nel centro storico, interessati da una chiusura a cascata.

Ma a cosa è imputabile l’estinzione dell’antiquariato cittadino? 
Prova a rispondere il restauratore Carlo Zoccoli, ultimo della “dinastia” di antiquari e restauratori tuderti, per cui questo declassamento è figlio di un fenomeno di carattere nazionale: «Indubbiamente ha influito la crisi globale del 2007, che ha fatto sì che nel giro di 10 anni il mercato antiquario crollasse, infatti in Italia hanno chiuso praticamente tutte le case d’asta e la gran parte dei negozi d’antiquariato. Anche le regole piuttosto rigide hanno frenato l’espansione di questo settore. Da ultimo il cambiamento del gusto, che è virato verso il mercato del design dell’arte contemporanea, che trova maggiore facilità di collocamento». 

Del resto anche nel centro storico di Todi i negozi di antichità hanno lasciato il posto a gallerie d’arte. Ab Ovo, Artenate, Bibo’s Place, sono solo alcune delle realtà sorte negli ultimi anni, divenute punto di riferimento per i migliori artisti contemporanei.
Todi, ricettacolo degli irreversibili cambiamenti dei tempi, o l’ennesimo riscontro di un città incapace di preservare le sue risorse? 

condividi su: