La sconfitta ottenuta dalle forze di centrosinistra e dal Partito Democratico alle elezioni regionali dello scorso 27 Ottobre è, senza alcuna ombra di dubbio, un esito nefasto scritto ormai da anni e ampiamente prevedibile. Infatti, i segnali di scollamento tra la classe dirigente del centrosinistra (o, almeno, la stragrande maggioranza di essa) e la società umbra sono stati nel corso degli anni molteplici e, per quanto mi riguarda, assolutamente inequivocabili. Superfluo sarebbe elencare qui, per l’ennesima volta, le numerose sconfitte conseguite dal Partito Democratico e dai nostri alleati nelle sfide elettorali, succedutesi nell’arco degli ultimi anni, che avevano a oggetto il governo di numerose e importanti città dell’Umbria. Per non parlare poi della totalità dei collegi uninominali persi in malo modo alle elezioni politiche del 2018. Tuttavia, la cosa che più mi ha colpito è stata la completa chiusura di chi aveva in mano le redini del partito nei confronti di quei pochi (io tra questi) che hanno tentato di sottolineare le numerose criticità che stavano emergendo, sempre più ampie e profonde, nella società regionale e che quest’ultima addebitava, non sempre a torto, al ceto politico e amministrativo del centrosinistra. Arroccata nei palazzi, persa nei soli accordi e accordicchi per mantenere rendite di posizione sempre più esigue, consumata dai giochi tattici (come diceva qualcuno, di sola tattica si muore). Ci sono anche stati dei distinguo tra i maggiorenti del Pd ma sono rimasti troppo isolati e inascoltati. La nostra classe dirigente si è dimenticata della ragione principale che dovrebbe muovere chi fa politica a sinistra: migliorare la società in cui si vive, incidere in maniera positiva sulle condizioni di vita delle persone e lottare per abbattere le disuguaglianze sociali. Sono convinto che abbiamo le forze e le energie per ripartire e per costruire un nuovo progetto per l’Umbria in grado di intercettare le esigenze dei nostri concittadini, proponendo risposte concrete e realizzabili. I primi che dovranno lavorare su questo saranno gli eletti in Consiglio Regionale del Partito Democratico e delle liste civiche alleate, a coloro vanno i miei più sinceri auguri di buon lavoro. Quelli che vi aspettano saranno anni di duro lavoro e ricostruzione che non svolgerete in solitudine, ma con tutti gli uomini e le donne che vogliono spendersi per rifondare un’alternativa progressista, popolare e di governo, nella nostra regione. Se tuttavia non mancano le energie ed i punti di riferimento da cui ripartire, bisogna prestare attenzione a chi vorrebbe che all’apparenza tutti cambi per poi, però, far rimanere tutto com’è. Assecondare questo disegno rappresenterebbe la nostra fine. Chi parla di un nuovo patto generazionale (argomento decisamente non inedito e già sfruttato in modo fallimentare in passato), usando la questione anagrafica come clava da dare in testa ai compagni di partito per coprire un evidente vuoto di idee e di proposte, sarebbe un escamotage, questo sì, da vecchia politica. Il “togliti tu che mi ci metto io perché giovane” funziona se, oltre alla giovane età, si hanno credibilità, un progetto di società, cultura politica, idee e valori. Le strade “solo giovani” non sono sempre le più giuste, i metodi “solo giovani” non sono sempre i più affidabili e approfonditi, l’età anagrafica non garantisce una visione del mondo più corretta. Qui servono che le TESTE siano GIOVANI, sensibili, empatiche e aperte. Sostenere poi che l’inappellabile sconfitta delle regionali sia da attribuire esclusivamente alle scelte fatte dal Partito Democratico negli ultimi mesi di commissariamento è come dire che un malato affetto da tempo da un grave morbo sia morto perché, negli ultimi giorni di vita, si è beccato un raffreddore. Chi chiede dimissioni a destra e a manca non conosce le dinamiche del Partito Democratico, o peggio, fa finta di non conoscerle, magari per acquisire un po’ di (effimera) visibilità. Il nostro partito è commissariato da mesi a seguito delle vicende che hanno riguardato la sanità e, quindi, è inevitabile che si vada a congresso in tempi rapidi al fine di rinnovare gli assetti organizzativi. Per il Congresso che si celebrerà a breve, però, usare strumentalmente la questione del rinnovamento generazionale rappresenterebbe soltanto l’ennesima versione della discussione fatta esclusivamente sulle persone e non sulle proposte. Credo che negli ultimi anni ci siamo fatti male abbastanza per tollerare ancora balletti penosi sui nomi e spettacoli indegni sugli organigrammi divisi col bilancino tra correnti e correntine.

Il congresso, a mio giudizio, dovrà invece basarsi sul confronto delle idee e dei progetti di ricostruzione del partito dalla base, su come leggere con occhi diversi la società umbra e su come costruire una proposta politica riformista nuova, concreta e realizzabile utilizzando il sempre ottimo metodo della CONDIVISIONE.
Chi ha testa e gambe si adoperi fin da subito per questo!

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