In attesa dei dati Istat a livello regionale del IV trimestre 2020 (a livello nazionale nell’ultimo trimestre 2020 c’è stato un aumento di 53mila occupati rispetto al trimestre precedente, ma con un netto calo di 101mila occupati a dicembre 2020 rispetto al mese precedente), Mediacom043 ha predisposto un quadro sintetico dell’andamento del mercato del lavoro in tutte le circoscrizioni e regioni italiane nei primi 9 mesi del 2020, mettendoli a confronto con quelli dei primi 9 mesi del 2019. In sostanza, si tratta di un primo bilancio del prezzo pagato dal mondo del lavoro alla pandemia da Covid-19.
Come mai un calo così marcato degli occupati (-465mila) nonostante il blocco dei licenziamenti? Quali sono le circoscrizioni e le regioni che hanno perso più occupati e quali meno?
La media degli occupati nei primi mesi 9 mesi del 2020, che sostanzialmente coincidono con l’emersione prima e poi l’esplosione della pandemia, mostra una perdita di 465mila occupati (-2%) rispetto ai primi nove mesi del 2019 (la fascia di età considerata è 15-74 anni). Di questi, come vedremo meglio in seguito (Tabella 3), il 65,5% sono – o meglio erano – lavoratori dipendenti, mentre il 34,5% è composto dai lavoratori indipendenti (autonomi).
Per i dipendenti (degli indipendenti parleremo dopo), nonostante il blocco dei licenziamenti che, se tolto, secondo alcune stime produrrebbe l’espulsione di 600mila lavoratori, il calo di circa 308mila unità nei primi 9 mesi del 2020 deriva sostanzialmente da due fattori: il mancato rinnovo di contratti a tempo in scadenza e il mancato turnover tra pensionamenti e subentri. Considerando il primo aspetto della questione, a pagare il prezzo sono stati, quindi, quei dipendenti caratterizzati da contratti precari. In sostanza, le fasce più deboli del mercato del lavoro. Ma sotto la punta dell’iceberg ribolle un mondo del lavoro sempre più fragile e a rischio, sul quale pende la tagliola della fine del blocco dei licenziamenti.
Le regioni che, complessivamente, in termini percentuali hanno perso più occupaticome si può vedere dalla Tabella 1 sono Calabria (-30mila occupati, -5% rispetto ai primi nove mesi del 2019), Sardegna (-24mila, -4,1%), Campania (-45mila, -2,8%), Lazio (-62mila, -2,8%) e Valle d’Aosta (-mille occupati, -2,5%).
Nessuna regione mostra il segno più, solo il FriuliVenezia Giuliaè in pareggio. Quelle che in percentuale hanno perso meno occupati, oltre al Friuli che come detto resta stabile, sono Puglia (-1,1%), Toscana (-1,1%), Molise (-1,2%) e Basilicata (-1,5%).
A livello di circoscrizioni il calo maggiore degli occupati complessivi è nel Mezzogiorno (-152mila, -2,5%). Segue il Centro (-99mila, -2%), mentre il dato migliore lo registra il Nord-Est (-86mila, -1,7%). Complessivamente, nove regioni marcano un calo dal 2% in su, mentre 11 hanno una flessione inferiore al 2%.
Le donne pagano il prezzo più alto, con un calo percentuale dell’occupazione doppio di quello degli uomini. Si allarga il gap occupazionale di genere, ma la situazione è assai variegata,con l’eccezione assoluta del Molise, dove l’occupazione femminile cresce e quella maschile cala. In generale, donne più penalizzate nel Mezzogiorno, mentre nel Nord-Ovest il calo percentuale dell’occupazione maschile è più forte della flessione del lavoro femminile. Il calo del lavoro femminile percentualmente più forte in Calabria (-7,4% e in Campania (-5,3%).Campania e Sicilia, ma anche la Toscana, quelle con il divario peggiore a sfavore delle donne.
Sono le donne a pagare il prezzo più alto del calo dell’occupazione, esattamente il doppio rispetto agli uomini. In Italia, nei primi 9 mesi del 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019 sono scomparse 273mila occupate (-2,8%), contro -192mila occupati uomini (-1,4%).
Tutto ciò accade perché una maggiore quota del lavoro femminile, rispetto a quello maschile, mostra marcate precarietà, marginalità e fragilità e in fasi di crisi sconta gli effetti più pesanti. Soprattutto nel Mezzogiorno, dove la flessione del lavoro femminile è del 4,1% (-93mila occupate), oltre il doppio della media nazionale (-2,8%). Segue il Centro, con una contrazione del lavoro femminile del 3,2%, superiore alla media nazionale. Il calo percentuale minore, invece, nel Nord-Ovest (-1,6%), che peraltro è l’unica circoscrizione dove l’occupazione maschile scende più di quella femminile.
Quanto ai divari tra la flessione degli occupati e quella delle occupate, quelli più ampi a sfavore delle donne si registrano in Campania (occupati -1,3%, occupate -5,3%) e Sicilia (rispettivamente -0,4% e -4,4%). Forte divario a sfavore della donne anche in Abruzzo (divario di 3,7 punti percentuali) e Toscana (divario di 2,8 punti percentuali, con l’occupazione maschile che cresce dello 0,2% e quella femminile che scende del 2,6%).
In Piemonte, Valle D’Aosta, Liguria, Lombardia, Trentino Alto Adige, Umbria e Molise, invece, l’occupazione maschile cala più di quella femminile, con il Molise che evidenzia un gap a sfavore degli uomini di ben 6,2 punti percentuali.
Lavoro dipendente e autonomo: il secondo registra una flessione percentuale quasi doppia rispetto al primo. I ristori del Governo non hanno impedito la chiusura delle attività di 162mila lavoratori autonomi. Le cadute più forti in Valle d’Aosta, Calabria, Veneto, Marche e Piemonte, mentre in Sardegna gli occupati indipendenti crescono del 10,8%, ma il dato fa da contraltare alla moria dei dipendenti (-8,7%).
Il conto degli effetti della pandemia nei primi 9 mesi del 2020 è stato salato per i lavoratori indipendenti (autonomi), che sono scesi di 162mila unità rispetto ai primi 9 mesi del 2019. Il calo medio nazionale è del 3%, rispetto al -1,7% dei lavoratori dipendenti (molti dei quali protetti, come detto, dal blocco dei licenziamenti). I ristori del Governo non sono bastati ad evitare questa flessione, che a livello di circoscrizioni trova i suoi picchi nel Nord-Est (-4,2%), in particolare in Veneto che segna -7,4% e nel Nord-Ovest (-3,6%). Male anche il Centro (-3,2%), dove va segnalato il -6,9% delle Marche. Minore il calo dell’occupazione indipendente nel Mezzogiorno (-1,5%), dove Abruzzo (+5,2%), Basilicata (+2,3%) e soprattutto Sardegna (+10,8%) mostrano un aumento dell’occupazione degli autonomi, mentre in Calabria è un crollo verticale. Ma, almeno per Abruzzo e Sardegna, vista la contemporanea forte caduta dell’occupazione dipendente (-8,7% in Sardegna e -4% in Abruzzo), potrebbe trattarsi di un trade-off, ossia dell’approdo al lavoro autonomo da parte di dipendenti che hanno perso l’occupazione.
In assoluto, i cali maggiori del lavoratori autonomi si registrano in Valle d’Aosta (-10,6%), Calabria (-9,9%) Veneto (-7,4%), Marche (-6,9%)e Piemonte (-6,8%). Sul fronte dei lavoratori dipendenti, le flessioni più marcate si registrano in Sardegna (-8,7%), Calabria(-4,1%), Abruzzo (-4%), Campania (-2,8%) e Basilicata (-2,7%). Dati che portano il Mezzogiorno a marcare -2,7% (-23mila occupati) nel calo dell’occupazione dipendente, oltre un punto sopra la media nazionale (-1,7%) e il valore più elevato tra le circoscrizioni italiane.
Come mai gli occupati sono calati ma i disoccupati non sono aumentati, anzi sono diminuiti?
La statistica sull’andamento del numero dei disoccupati, la presentiamo solo per fornire un’informazione completa, ma non è molto utile perché non rappresenta la realtà. Sia perché i tanti dipendenti in cassa integrazione sono statisticamente occupati, sia perché molti di quelli che l’occupazione l’hanno persa, lavoratori dipendenti o autonomi che siano, visto il momento difficilissimo del mercato del lavoro un’occupazione non la cercano attivamente, convinti come sono di non trovarla, e così non risultano statisticamente disoccupati. In più, lo stato attuale del mercato del lavoro determina un ulteriore effetto ‘scoraggiamento’ per coloro che erano già senza lavoro e che non lo cercano più, attendendo tempi migliori. Così una parte di coloro che prima cercavano lavoro, e quindi risultavano disoccupati, finiscono tra gli inattivi, in cui sono inglobati tutti coloro che non hanno un lavoro ma che, nel contempo, statisticamente non vengono considerati disoccupati: o perché in pensione senza svolgere ulteriori lavori, o perché un lavoro non locercano attivamente, o perché affermano che accetterebbero un lavoro, ma solo a particolari condizioni.
Va infatti ricordato che, per l’Istat, e più ingenerale per l’Eurostat (l’Istituto di statistica europeo), sono disoccupate le persone non occupate tra i 15 e i 74 anni che hanno effettuato almeno un’azione attiva di ricerca di lavoro nelle quattro settimane che precedono la settimana di riferimento e sono disponibili a lavorare (o ad avviare un’attività autonoma) entro le due settimane successive; oppure, inizieranno un lavoro entro tre mesi dalla settimana di riferimento e sarebbero disponibili a lavorare (o ad avviare un’attività autonoma) entro le due settimane successive, qualora fosse possibile anticipare l’inizio del lavoro.
Non a caso, come emerge delle tabelle, cala il numero degli occupati, scende anche quello dei disoccupati e si gonfia quello degli inattivi, ossia le persone che non fanno parte delle forze di lavoro, ovvero quelle non classificate come occupate o in cerca di occupazione.
Gli inattivi (oltre i 15 anni di età), nei primi 9 mesi del 2020 in Italia aumentano di 771mila unità rispetto allo stesso periodo del 2019, con una crescita del 3%. Le regioni con l’incremento maggiore sono Sardegna (+5%), Valle d’Aosta (+4,8%), Lombardia (+3,9%), Lazio (+3,8%) e Marche (+3,6%). All’interno degli inattivi, oltre ai pensionati che non lavorano e ai giovani che vanno ancora a scuola, ci sono ampie sacche di disoccupazione nascosta.









