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Riflettere su come si è ulteriormente involuta negli ultimi due anni la sanità umbra non può che suscitare preoccupazione e sconcerto.
Nel periodo che ha preceduto la pandemia, oltre alla girandola di dirigenti aziendali, poco o nulla di positivo viene alla memoria e si può affermare senz’altro che è mancata qualunque iniziativa volta a migliorare adeguatamentei servizi, nonché una informazione pubblica chiara e trasparente sugli indirizzi programmatici.
L’attenzione per l’efficienza del servizio pubblico è stata inferiore al necessario mentre sono stati attivi tutti i sensori di gestione del potere ed è venuta avanti una illogica politica di riduzione del personale per mancata sostituzione delle uscite dal servizio per pensionamento od altro.
Con l’avvento della pandemia gli effetti negativi della carenza di personale si sono ulteriormente acuiti, sia in ambito ospedaliero che territoriale – e in analoghe modalità sia nella ASL del Ternano che in quella del Perugino -per i carichi aggiuntivi di lavoro derivanti dal Covid ed in questa contingenza il governo regionale si è dimostrato ancora più inconcludente, come i fatti s’incaricano di dimostrare.
Il Governo nazionale, con Decreti emanati nella primavera 2020, ha assegnato alle Regioni risorse e precisi indirizzi per potenziare terapie intensive, pronto soccorso, servizi territoriali.
Inoltre, con un Decreto del mese di maggio (“Decreto Rilancio”), ha conferito alle Regioni ingenti risorse per l’assunzione di almeno 9.000 infermieri ma, a fronte di ciò la Giunta Regionale si è distinta per il pressoché totale immobilismo.
Primo esempio: martedì 13 ottobre 2020 ‘ Il Sole 24 Ore’ ha pubblicato un articolo da cui risulta che l’Umbria è l’unica Regione che non aveva ancora attuato alcun incremento di posti-letto di terapia intensiva.
Secondo esempio: alla fine del 2020 risultano assunzioni di personale sanitario di minima entità, assolutamente insufficienti a far fronte ai bisogni. Nel contempo, la Toscana (poco più di 4 volte la popolazione umbra) ha assunto oltre 3.000 tra sanitari ed altre figure necessarie a contrastare la pandemia ed i suoi effetti nefasti.
Le mancate assunzioni di personale (medici, infermieri, ecc.) sono la conseguenza di bandi emanati con grave ritardo, oltretutto proponendo condizioni contrattuali peggiorative rispetto ad altre Regioni. Dal che la difficoltà a reperire sanitari, soprattutto medici – già carenti sul ‘mercato’ –, evidentemente arruolati per tempo da altre Regioni.
Quindi mancanza di anestesisti per far funzionare i posti-letto aggiuntivi di terapia intensiva (attivati con enorme ritardo) e carenza d’infermieri nei servizi territoriali, sotto pressione per tutte le incombenze aggiuntive derivanti dalla pandemia.
Terzo esempio: a fronte della Direttiva Ministeriale di potenziare i ‘pronto soccorso’, è stata presa l’assurda decisione di chiudere quello dell’Ospedale della Media Valle del Tevere, non certo perché incompatibile con le funzioni di Ospedale Covid. Infatti lo scorso anno è rimasto attivo per diversi mesi dopo la nuova destinazione. Inoltre ora è l’unico tra gli Ospedali che ricoverano pazienti Covid (compreso Umbertide) che si ritrova con il pronto soccorso chiuso.
I tempi di attesa sempre più lunghi per la specialistica ambulatoriale costituiscono un’altra criticità su cui la Regione non è intervenuta , con le conseguenze immaginabili per la salute degli assistiti ed il sempre più frequente ricorso al ‘privato’ (per chi se lo può permettere, ovviamente).
A fronte di tutto ciò è incredibile sentire l’Assessore Coletto (Umbria TV, 12 febbraio) addebitare al Governo centrale ogni criticità; in particolare sostenere che non è stata rafforzata l’assistenza domiciliare per mancanza di protocolli assistenziali che il Ministero avrebbe dovuto emanare (sic!).
Forse l’Assessore – in un tentativo maldestro di scaricare le proprie responsabilità – ha dimenticato che il governo della sanità fa capo alle Regioni e che se molte Regioni hanno fatto per tempo quello che dovevano, evidentemente ciò non dipende dal Governo centrale. Peraltro i ritardi e le incapacità di questo assessorato sono state messe in risalto addirittura dagli alleati della maggioranza che, con violenta brutalità, hanno contestato le scelte e le azioni compiute.
E’ chiaro comunque che quanto accaduto non può considerarsi solamente conseguenza dell’incapacità organizzativa della Giunta Regionale e dell’Assessore preposto, ma rappresenta l’esecuzione di un preciso orientamento, perseguito con notevole cinismo e volto a privilegiare la sanità privata rispetto a quella pubblica, così come hanno fatto le gestioni regionali della Lombardia per anni.
Risulta ormai evidente a tutti che in tal modo si ottengono due risultati gravemente negativi: il primo riguarda l’esclusione – sia dalla prevenzione che dalla cura – delle fasce più deboli della popolazione; il secondo, che dovrebbe interessare i cultori del mercato risolutore di tutte le esigenze umane, è che l’indebolimento della sanità pubblica, oltre ad essere devastante per i meno abbienti, danneggia fortemente anche l’economia e privilegia i così detti poteri forti finanziari, alla faccia degli italici sovranisti.

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