L'intervento dell'affermato giornalista è una delle prefazioni al volume, in edicola e libreria da qualche giorno, che raccoglie tre decenni di informazione locale
antonio macaluso 2

C’è una bellissima frase dello scrittore HarukiMurakami che mi piace ricordare sempre e che credo racchiuda il senso più profondo dell’ormai lunga storia che lega il Tam Tam a Todi: “Ognuno lascia la sua impronta nel luogo che sente appartenergli di più”.
Ho conosciuto solo recentemente Gilberto Santucci, ma da più tempo – essendo da oltre 20 anni montecchiese di adozione e avendo amici tuderti – leggo il Tam Tam per avere sempre il polso della situazione. Come giornalista ho sempre lavorato in realtà nazionali – l’Ansa agli esordi, il Corriere della Sera dal 1986 – ma ho sempre creduto nel ruolo importante, imprescindibile dell’informazione locale.

A quanti – e sono molti – hanno sempre guardato con sufficienza i giornali di informazione regionale e cittadina, ho sempre fatto notare che grande non è sinonimo di qualità. In un Paese come il nostro che ha fatto della piccola impresa e dell’artigianato la sua cifra distintiva apprezzata in tutto il mondo, anche il modello di informazione locale racchiude assai spesso un concentrato di qualità, intuizione e novità che non di rado ha avuto il ruolo di apripista per i livelli dimensionali maggiori. Essere vicini al proprio territorio, sentirlo nel suo vissuto quotidiano, interpretarlo, spiegarlo, non è una faccenda da serie B perché richiede doti ed energie affatto a buon mercato. Non ci si improvvisa giornalisti o editori né su scala nazionale, né a livello locale. La storia del settore – italiana e non – è piena di clamorosi fallimenti di operazioni partite in grande stile, con grandi mezzi e insopportabili prosopopee, e malamente naufragate nel mare aperto dell’incompetenza e dell’approssimazione.

Quanti pensano che fare un giornale – cartaceo o online, o in tutti e due i formati – sia solo questione di soldi e un po’ di pettegolezzo da riportare in forma almeno accettabile – non ha capito nulla. Non si vive – crescendo – 30 anni se dietro il progetto non ci sono idee, controllo di qualità e capacità di scelta dei collaboratori. In un mondo che soffre sempre più di informazioni fasulle – quelle che ormai tutti chiamiamo fake news – essere credibili, autorevoli, precisi, è difficile e, proprio per questo, tanto più apprezzabile.

Nella mia lunga storia professionale, ho avuto il più grande dei privilegi: girare il mondo, incontrare alcuni cosiddetti “grandi” della terra, lavorare (e imparare) con giganti come Indro Montanelli, Enzo Biagi, Sergio Lepri, Piero Ostellino, Paolo Mieli, Ugo Stille,Ettore Mo, Giuliano Zincone e tanti, tanti altri. Ciascuno mi ha trasmesso mestiere, passione e amore per un lavoro che sconfina nella missione, se ci si crede. Albert Camus sosteneva che il giornalista è lo storico dell’istante. Vero. Ma può essere – senza alcuna presunzione – qualcosa di più, a qualsiasi livello si faccia e in qualsiasi settore.

Senza voler diventare celebrativo e scadere nell’agiografia, devo dire che il Tam Tam mi piace perché è vivo, è attivo, è curioso e sa andare oltre la notizia senza mai sfociare nel gossip o nell’insulto. Ha le proprie idee e del resto essere giornalisti non vuol dire rinunciare alla propria identità ma non farla mai prevalere in forma violenta, bugiarda o prevaricatrice.
Gilberto ha saputo guidare il suo piccolo vascello corsaro attraverso stagioni assai diverse – belle ma anche delicate, difficili, controverse – e il più vero e sincero dei commenti che posso trasferirgli è di essere uno di quei tanti tasselli che fanno forte il nostro Paese. Perché, come giustamente osservava Alexis de Tocqueville, la democrazia è il potere di un popolo informato. Anche a Todi.

condividi su: