I Longobardi, venuti in Italia con cavalli, carri e famiglie, stabilirono dopo il 553 d. C. il loro dominio nella parte settentrionale dell’Italia, e divisero il territorio in numerosi ducati. Probabilmente altre formazioni longobarde, presenti in Italia al servizio dell’Impero romano d’Oriente, seguirono l’esempio dei longobardi del nord, occuparono i territori del centro e sud d’Italia e dettero vita ai ducati di Lucca, Spoleto e Benevento.
L’Impero romano d’Oriente, impegnato nelle guerre con i Persiani, costituì nel 585 d. C. un governatorato militare, denominato Esarcato, con sede a Ravenna, con l’obbiettivo di proteggere il Papa e controllare il territorio italiano. Obbiettivo dell’esarcato era anche liberare l’Italia dai Longobardi, ma non fu dotato delle risorse sufficienti per questo scopo.
Nel decennio anteriore al 599, caratterizzato da forte instabilità, i Bizantini difesero un territorio stretto fra i ducati di Spoleto e della Tuscia. Per mantenere libero da interferenze longobarde il collegamento Roma-Ravenna, individuarono un nuovo collegamento stradale fra Roma e Ravenna, utilizzando percorsi già esistenti, richiedenti interventi minimi per renderlo idoneo al passaggio di truppe, e, anche per questo, con un tracciato più breve e veloce possibile, e senza dislivelli richiedenti il ricorso a traini aggiuntivi. Fu utilizzata la via Amerina, che collegava la Via Cassia con Amelia. Dopo Amelia furono ristrutturare strade secondarie locali, e fu realizzato un tracciato interno al territorio, chiamato “corridoio bizantino”.
Fu subito evidente che questo collegamento doveva essere mantenuto libero attraverso una presenza militare ridotta, sia perché necessitava di continui interventi di manutenzione straordinaria, specie in corrispondenza dell’attraversamento di corsi d’acqua, sia per le intrusioni longobarde.
Nel 599 Bizantini e Longobardi firmarono finalmente la pace, anche se le “scaramucce” proseguirono. Il re longobardo Agilulfo ringraziò il Papa per la pace raggiunta, e promise che né lui né i suoi duchi l’avrebbero violata. Dal canto loro i Bizantini ricevettero assicurazione che i loro domini in territorio italiano, compreso il “corridoio”, non sarebbero stati violati.
Le ipotesi di tracciato del “corridoio bizantino” fra Amelia e Todi.
Il tracciato stradale del “corridoio” fra Amelia e Todi rimane incerto. Secondo una ipotesi della prima metà del 1900, la strada da Amelia saliva verso il monte Piglio, scendeva dalla località “Cappuccini” verso la chiesa di S. Agata nei pressi di Castel dell’Aquila, girava verso il territorio di Avigliano Umbro ove lambiva la chiesetta di Santa Eurosia (“la Mestaiola”), scendeva verso il “Mulino Olivieri” per poi correre lungo il torrente Arnata fino a Pontenaia e salire verso Todi.
Questo tracciato presenta nella zona fra la “Mestaiola” ed il “Mulino Olivieri” tratti soggetti a frane, pendenze incompatibili con una velocità minima di scorrimento, e alto rischio di inondazioni d’acqua nel tratto subito dopo del “Mulino Olivieri”. La franosità è tuttora evidenziata dallo stato dei luoghi che mostrano lo sconvolgimento del terreno in corrispondenza ai resti di due ponti nel tratto dalla “Mestaiola” al “Mulino Olivieri”. Le inondazioni d’acqua sono dovute al dislivello e alla lunghezza dei torrenti che iniziano da Camerata di Todi, e arrivano fino al torrente Arnata: la violenza delle acque di questo fosso ha fatto scomparire un terzo ponte esistente subito prima del “Mulino Olivieri”. Queste evidenze e l’assenza di documentazione antica su questo tracciato impongono di domandarci se questo percorso stradale sia datato al periodo del “corridoio bizantino” o agli anni dei tentativi di espansione verso Sud del Comune di Todi.
Chi scrive avanza una ipotesi alternativa di tracciato del “corridoio”, per il tratto compreso fra Castel dell’Aquila e Todi, individuato come segue:
a) tratto segnato dalle chiese antiche di Sant’Agata, S. Pietro e di S. Maria della Neve all’altezza di Camerata, anticamente intitolata a S. Caterina d’Alessandria,
b) tratto, che fino al 1950 gli anziani di Camerata chiamavano “strada romana, che inizia poco prima della chiesa di S. Maria della Neve, e supera la successiva altura all’altezza di Camerata;
c) tratto pianeggiante (denominato “i piani”), che poi scende verso il torrente Arnata, lo costeggia fino a poco prima di Pontenaia, dove si ricongiunge al percorso indicato dagli storici del 1900 con il moderno tipo di manutenzione;
d) la Tavola Peutingheriana indica una distanza errata fra Amelia e Todi, pari a circa metà di quella effettiva. La distanza riportata dalla Tavola corrisponde a quella fra Amelia ed un sito lungo il tracciato alternativo appena descritto, ove esistono ruderi che gli anziani del posto chiamano “Todi vecchio”;
e) la titolarità originaria di santi orientali delle chiese lungo questo percorso (Sant’Agata, San Pietro, Santa Caterina d’Alessandria) prova la loro costruzione nel periodo di dominio bizantino.
Chi sostiene la tesi che il “corridoio” si sviluppò lungo il torrente Arnata, dovrebbe rispondere anche a queste domande:
1) perché mai i bizantini avrebbero inserito il tratto a forte pendenza, mediamente superiore al 15%, fra “Molino Olivieri” e “Mestaiola”, obbligando l’attracco di traini supplementari solo in quel tratto del lungo percorso fra Roma e Ravenna?
2) come risolvere le necessità di spostamenti di truppe nei periodi invernali, quando per le piogge il torrente Arnata esondava?
3) come si sarebbero potuti difendere da eventuali agguati longobardi gli eserciti o i convogli bizantini nel tratto da “Ponte Naia” a “Molino Olivieri”, vista la mancanza di vie di fuga per un tratto di circa 9 km?
4) perché mai lungo il tracciato dell’Arnata si trovano vocaboli di chiara provenienza longobarda (ad es. i trocchi) e non se ne trovano lungo il tragitto alternativo sopra descritto?
Correlazione fra la presenza delle chiese ed il percorso stradale.
Giova sottolineare il significato del ruolo delle tre chiese sopra citate. Una tradizione consolidata attesta l’arrivo precoce del cristianesimo a Todi nel 118 d. C. con il Vescovo s. Terenziano. Ma nelle zone interne la diffusione del cristianesimo avvenne intorno al 600 d. C. ad opera dei monaci al seguito delle formazioni militari bizantine dislocate lungo il percorso del corridoio. Di conseguenza un riscontro importante sulla ipotesi di autenticità del percorso alternativo proposto sta nella titolarità originaria delle tre chiese dedicate a santi “orientali”: Sant’Agata, San Pietro, Santa Caterina d’Alessandria. Il titolo di S. Caterina di Alessandria è stato trasferito alla chiesa interna al Castello di Camerata intorno al 1300, quando questo castello fu costruito.
Poco o niente rimane della chiesa di S. Agata, ubicata lungo il tratto di corridoio discendente dal monte Piglio, e attualmente inglobata in una casa di recente costruzione.
Anche della chiesa di S. Pietro rimane ben poco. Lo scrivente può testimoniare che:
– fino a circa il 1950 questa chiesa era officiata almeno una volta all’anno il 29 giugno,
– l’ingresso in pietra aveva una forma aggettante.
Intorno al 1960, il tetto di questa chiesa crollò ed il sito fu abbandonato. Successivamente ignoti hanno asportato le componenti portale (nella foto sono visibili i segni), e successivamente le pietre angolari della facciata. Attualmente vengono asportate le pietre angolari della parete posteriore. Presto non esisterà più traccia di questa chiesa.
Meglio conservata, e attualmente in fase di restauro, è la chiesa di Santa Maria della Neve nei pressi di Camerata. Di notevole interesse è l’affresco dell’abside del XV secolo raffigurante la Madonna seduta che mostra il Bambino Gesù. Nella parte sinistra dell’abside, la parziale scomparsa dell’affresco rinascimentale e dell’intonaco, ha fatto apparire un sottostante affresco dai lineamenti bizantini, riferibile a prima dell’anno 1000.










