La regolazione dell’alveo del torrente veniva tenuto ben presente anche duecento anni fa, cosa che invece oggi, sembra abbiamo dimenticato di fare
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“Regolazione dell’alveo”, “argini”, “sassaia”, “cestoni”, “passonata”, “piantamenti”, “golene”, “pennelli”, “muri a secco”, sono termini che ormai anche nel lessico comune vanno scomparendo dopo che, da diversi anni, anche gli enti preposti, non inseriscono più fra le proprie priorità quella di effettuare interventi costanti di manutenzione ai principali corsi d’acqua. Succede quindi che, a causa dell’incuria, in pochi minuti, fiumi e torrenti esondino creando danni e allarme fra la popolazione come verificatosi di recente lo scorso 3 giugno con lo straripamento del torrente Faena il cui alveo ormai da anni è invaso da una fitta vegetazione spontanea di ogni tipo. Ci si giustifica sempre più dando la colpa agli effetti dei cambiamenti climatici o all’eccezionalità delle precipitazioni dimenticandosi che la cura costante del territorio avrebbe comunque un effetto di mitigazione degli eventi avversi.

Eppure un tempo non era così. Il territorio riceveva cure e attenzioni costanti. Fin da epoca remota, infatti, nella zona attraversata dal torrente Faena ricompresa fra Fratta Todina e Monte Castello di Vibio, il torrente stesso, era oggetto di studio da parte della Sacra Congregazione delle acque di Perugia per le abbondanti inondazioni e le molteplici problematiche che causava spesso ai frontisti. Ciò è quanto si evince leggendo alcuni documenti e mappe esistenti all’interno dell’archivio storico comunale di Monte Castello di Vibio riordinato e inventariato pazientemente dalla Soprintendenza archivistica dell’Umbria a partire dalla seconda metà degli anni ’90.

La mappa più antica, fra le 17 esistenti, rileva il territorio detto di “Bocca Faena” e risale al 1772 riportando già l’esistenza di un argine realizzato sulla sponda destra del torrente con lo scopo di contenere le piene. Le altre mappe, riguardanti le zone alluvionali del fiume Tevere e del torrente Faena, riportano la regolazione dell’alveo del Faena prevedendo una larghezza di almeno “6 canne” (circa 13 metri) con tanto di prescrizioni sul vetricato (salici) che andava tagliato per regolare l’alveo stesso. Le sponde di destra e di sinistra, inoltre, andavano “sempre elevate con verdure, sassaie e piantamenti”.

Allo scopo venivano nominati degli ingegneri per proporre i mezzi per riparare e sistemare l’andamento del torrente medesimo “onde non abbia a recare ulteriori danni a quelle contrade”. Nelle piante venivano riportate le livellazioni e le sezioni, segnando in appositi punti i luoghi per realizzare una regolare arginatura, con ampie golene, “onde impedire la propagazione delle piene sui campi”.

In un carteggio del 1830 si legge che il torrente Faena, riparato con argini dai sig.ri Pettinelli, Rossi, Pellegrini e Ciucci, non avrebbe provocato più inondazioni, ma soltanto e di rado piccole “escrescenze”. In più di 15 anni si sarebbe verificata soltanto una piena ma ciò nonostante, ingegneri e personale specializzato venivano inviati in loco ad effettuare studi, progetti e sopralluoghi presso questo torrente che preoccupava tutti, in particolar modo i proprietari che avevano le terre confinanti.

Sempre negli anni Trenta dell’Ottocento a Monte Castello nacquero dei Consorzi idraulici per le riparazioni alle sponde del fiume Tevere mentre, nel 1879, con decreto prefettizio, venne costituito il Consorzio idraulico Canatelli-Cavoni-Faena che aveva competenza nel tratto di torrente che andava dal ponte sul Faena (lungo la strada Todi – Marsciano) e scendeva fino alla foce del Tevere, lungo la sponda destra del torrente. Lo scopo era quello della sorveglianza e della difesa dell’ultimo tratto (quello pianeggiante) della sponda destra del Faena e di un tratto della sponda destra del Tevere soggetto, anch’esso, ad esondazioni. Il consorzio idraulico si finanziava attraverso i propri contribuenti cioè i proprietari dei terreni interessati che, nel 1954, erano ben 56, e riceveva anche un sussidio da parte del Comune di Monte Castello di Vibio. Aveva inoltre la potestà di elevare verbali e contravvenzioni attraverso il “guardiano consorziale” specie per il taglio abusivo di salici, pioppi, spinacacia e vinco. 

A seguito di una grande alluvione registratasi nel 1880, l’esondazione del torrente Faena, travolse  anche due arcate del ponte lungo la strada Todi – Marsciano in modo da lasciare sul ponte stesso un’apertura di circa 30 metri tagliando completamente le comunicazioni in questa importante strada. 

Il consorzio si adoperò subito per costruire un argine di protezione lungo la sponda destra del Faena, che partiva dal ponte della strada Tuderte Marscianese e giungeva poco distante dal Tevere. Sulla sponda del Faena e su quella del Tevere, inoltre, furono realizzati dei cestoni per regolare il corso delle acque e per impedire la corrosione della riva e la conseguente perdita di terreni.

Questo è quanto avveniva cento o duecento anni fa nelle nostre zone per fronteggiare le  inondazioni del Faena e del Tevere che, dunque, già allora, non erano nè modeste nè imprevedibili. Oggi, purtroppo, pur disponendo di conoscenze tecniche, risorse finanziarie e di mezzi d’opera nettamente superiori, a causa di leggi ferraginose e rimpalli di competenze fra enti, prevale un sostanziale disinteresse generale con i risultati che vediamo. 

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