Il dibattito in corso, attraverso i commenti dei lettori, sul ruolo e le funzioni da attribuire alla piazza di Todi impone un secondo intervento ed alcuni chiarimenti.
Replico subito a Francesco Menghini dicendo che non sono io a dire e contraddire, ma è lui che collega male interventi forse letti a distanza e non acquisiti. Su Città Viva io ho persino parlato di una Todi “gattopardiana” criticando la sua mania di “dir male di tutto ciò che si fa in quanto si fa” e contestando chi non vuole le manifestazioni perché disturbano secolari abitudini (compresa quella di mettere le macchine dove si vuole), e dunque sarei io a non volere le manifestazioni, che frequento tutte (anche perché alcune le organizzo), certo molte di più dei miei cortesi interlocutori?
Io dico che voglio la presenza delle manifestazioni e non mi contraddico se non voglio l’ingombro delle macchine; io dico che voglio il centro vivo, intendendo per vita anche il passeggio con gelato, e non mi contraddico se non lo voglio così invaso e sbracato da impedirmi, invece, di passeggiarci dentro; io poi dico della sola piazza e non mi contraddico se lascio perdere altri spazi del centro su cui mi rendo conto di non poter esigere; e quando parlo di illuminazione, alludo, sì, anche quella pubblica (che è inadeguata), ma soprattutto dico di quella “privata” e non mi contraddico, se, anche a scapito della chiarezza, ma non dell’educazione, rinuncio a fare nomi e cognomi.
Veniamo poi alle manifestazioni, e qui mi rivolgo a Luca Cardaio, di cui ricambio la stima e di cui apprezzo il pacato argomentare. Puntualizzando, intanto, che per il Roller Gala la polemica non la fece “Città Viva”, ma una sua passeggera collaboratrice, aggiungo che io, a mia firma, ho sempre sostenuto per principio manifestazioni e iniziative, compresa la pista di ghiaccio, della quale sono rimasto tra gli ultimi difensori.
E, ripeto, sono andato a vedere e sentire tutto: musica classica e leggera, concerto mozartiano e De Gregori, Equipe ’84 e Trovatore, Bolle e Bubola, Mittarella e Umbria Jazz. Però la so anche lunga, perché ho abbastanza età per ricordare. E allora…
Prima cosa, delle tante manifestazioni scomparse , quasi nessuna è stata cacciata, ma la maggior parte sono finite o “motu proprio” o per litigi “di vertice”: al “basket”, decaduto per conto suo, non andava più nessuno, al punto che aprivano i cancelli dopo l’inizio per far entrare gratis (io l’ho fatto tante volte), “Musica Città” si esaurì per beghe tra i rioni, e per altrettante (non tra rioni, ma tra Giunte comunali in successione) l’Orlando in Piazza, i vari festival si sono avvitati su se stessi ed è storia nota; l’opera in piazza (interessa?) si è capito che costa troppo e non vale niente.
Poi i fallimenti per scarsa partecipazione di pubblico (si sa, siamo a Todi!): per esempio il concerto di Cocciante una quindicina di anni fa, quello di Irene Grandi pochi anni fa, fallimenti che non hanno indotto a riprovare.
Seconda cosa, sono proprio le manifestazioni che hanno bisogno di una piazza adeguata e, dunque, non è adeguata quella piazza che diventa garage e piazzale per scorribande o gioco di pallone, che lascia disturbare una chitarra sotto i Portici da gente che urla dall’altra parte, che permette il passaggio dei motorini mentre suona una banda di fama, che intromette nel quarto atto del Trovatore il crepitio villano dei bicchieri in un bar.
Questa è una piazza di paese senz’arte, non di città d’arte: si vada a San Gimignano e a Montepulciano(tanto per dirne due) a vedere come sono tenute le rispettive “piazze per spettacoli” e si ricordi che Spada tentò di fare ugualmente a Todi, facendo montare il palco per la serata finale della domenica non prima della mezzanotte del venerdi, proprio per lasciare nella settimana del Festival la piazza libera e “invitante”, che tra l’altro arricchiva lui, a sue spese, con piccoli locali “dopospettacolo”.
Terza cosa, istituire collegamenti sbrigativi tra spopolamento di piazza, manifestazioni e macchine, significa confondere (anche senza volerlo) le carte; mettere cioè sullo stesso piano eventi che fanno ognuno storia a sé: la piazza si è spopolata (insisto) per propria decadenza e la sua trasandatezza (uso un eufemismo) è sotto gli occhi di tutti, le manifestazioni non servono a nulla contro un quotidiano deteriorato, che per forza di cose coinvolge più serate di quanto possano farlo le suddette, e il quotidiano deteriorato è appunto quella piazza dimessa, senza il lume di un’iniziativa propria, che si vorrebbe vivacizzare con le macchine, perché “almeno portano gente”.
Vengo, appunto proprio ora da piazza, non è ancora mezzanotte: più macchine che persone, i tavoli semivuoti.
Una parola sul rumore notturno. Faccio notare a Luca Cardaio (ed anche a Menghini) che una cosa è sopportare un traffico tipico (e previsto) di una grande via di scorrimento in uscita, di collocazione periferica, e un’altra è dover sopportare una sorta di gimkana in zone di profondo centro dove alle due di notte non si “passa attraverso”, ma si viene apposta, a fare non si sa che cosa: un centro dove, ormai, gli abitanti, soprattutto a quell’ora, sono molti di meno delle macchine che sfrecciano sotto.
E non sarebbe il caso di abolire la fissazione dei giovani e vecchi contrapposti, quando per l’esperimento di musica ai giardinetti (da me difeso su Città Viva) qualche estate fa, si rivoltarono ventenni e quarantenni di tutta la Valle Bassa? E di rinunciare alla leggenda dei privilegiati del centro, quando privilegiato è, oggi, chi delle disfunzioni del suddetto può fare a meno, o, al massimo, sopportarle nell’effimero del consumo, per tornarsene poi a vivere e, soprattutto, a dormire, nel “buen retiro” del “Todi intorno”, come lo chiamava il grande Castellacci?










