Ma perché non si pratica la delazione o, per dirla chiara, non si fa la spiata? So bene che la parola delazione suscita orrore perché alla sua base ci sono sempre, o quasi sempre, ragioni deplorevoli (lucro, vendetta, servilismo), ma se invece il fine è pulito, ovvero il decoro dei luoghi pubblici, delle strade, dei giardini, dei marciapiedi, delle insegne, di quei luoghi, insomma, ai quali tutti noi dedichiamo, usufruendone, importanti porzioni del nostro tempo, in questo caso, lasciatemelo dire, la spiata è sacrosanta. Sacrosanta due volte.
La prima perché mette ciascuno di noi nelle condizioni d’essere attore, protagonista, corresponsabile della tutela del bene comune; la seconda perché l’autorità pubblica – polizia municipale innanzitutto – deve sentirsi stimolata a controllare, sapendo d’avere addosso l’occhio aguzzo dello spione.
Faccio qualche esempio per farmi capire. Se qualcuno nota che il cane del vicino è condotto a spasso senza guinzaglio e viene lasciato cacare in libertà sui marciapiedi o nei giardinetti e quel proprietario non raccoglie gli escrementi come gli è imposto, chi segnala il suo comportamento incivile e invia foto e testimonianza, ebbene costui merita l’apprezzamento di tutti perché s’è assunto il dovere di fare ciò che l’autorità non ha fatto.
Ancora. Capita a tutti di andare alcune volte nella settimana a deporre i sacchetti della spazzatura. Ma dove deporli? Chi ha la buona abitudine di separare i rifiuti sa dove mettere carta, plastica, vetro e il resto. Ma chi per pigrizia o noncuranza scarica tutto dove capita o, peggio ancora, lascia i sacchetti ai piedi del cassonetto perché gli è di peso alzare il coperchio, allora la delazione è sacrosanta. Sappiamo tutti chi, tra i vicini di casa, è lo sporcaccione. La segnalazione di quell’indirizzo e di quel nome fa parte del dovere del corretto utente, e chi riceve la notizia ha l’obbligo delle sanzioni.
Siamo il Paese che dispone del più elevato numero di polizie – lo sapete no che su una strada può capitarvi d’essere fermato dalla polizia stradale, dai carabinieri, dalla guardia di finanza, dalla polizia municipale, dalla polizia provinciale, dal corpo forestale dello Stato, dalla polizia penitenziaria, dalla polizia venatoria e forse ho dimenticato qualcun altro – e quindi non dovrebbe essere difficile individuare il soggetto al quale inviare la segnalazione. Nel caso specifico io non avrei dubbi: polizia municipale o corpo forestale che ha anche funzioni di polizia ambientale.
Sono indotto a soffermarmi sull’immondizia – che è il cancro ambientale che sta soffocando questo disgraziato Paese – perché ho un paio di storie da raccontare.
In Germania la pratica della delazione sulla spazzatura è cosa normale. E sapete perché? Perché la spazzatura è controllata al momento del ritiro e se in un sacco c’è quello che non dovrebbe esserci il condominio paga una pesante contravvenzione.
Può accadere una o due volte, ma alla terza il condominio perde la pazienza. Assemblea e deliberazione: se non salta fuori il nome di colui che trasgredisce, ogni condomino diventa il controllore di quello che fa il vicino. Siatene certi: da quel momento tutti i sacchi dell’immondizia sono perfetti.
E le strade sono pulite. Cosa che non accade in Italia, in Umbria, a Todi.
Altro esempio. In Svezia, paese che amo perché Ann-Marie, mia moglie, è svedese e perché la mia città, Verona, ha i colori della bandiera svedese (croce gialla in campo blu), i rifiuti domestici vengono conferiti alle isole ecologiche.
A Todi, per esempio, ne abbiamo una, ben organizzata e curata, dove i tuderti più accorti vanno settimanalmente con il loro carico. Chi non la conosce la visiti: avrà parecchie cose da imparare!
Ebbene in Svezia è d’obbligo anche la separazione del vetro: quello trasparente da una parte e quello colorato dall’altra. I miei suoceri hanno imparato a farlo non più giovani, controllati dall’addetto all’isola ecologica – nei piccoli centri ce ne è più di una – che metteva il naso nei sacchi portati ai cassonetti.
Avete mai visto in Italia, in Umbria, a Todi il vigile urbano o il milite forestale – che ha, ripeto, funzioni di polizia ambientale – mettersi accanto ai cassonetti per mezza giornata e controllare che cosa la gente butta? E allora facciamolo noi quello che lorsignori non fanno. Tanto li conosciamo i nomi di chi ha la cattiva abitudine d’insudiciare con l’immondezza.
Un caso a Todi, tra i tanti di degrado. I cassonetti a Ponte Rio, quelli collocati sulla strada che porta all’antico ponte di ferro, non vengono aperti per quello che sono destinati a contenere. L’immondizia tracima, buste e resti dovunque tra l’erba. Uno spettacolo da voltastomaco ai piedi della nobile città, a lato di un quartiere operoso.
Chi utilizza saggiamente quei cassonetti sa chi sono i portatori di sudiciume perché li vede, giorno dopo giorno. Li segnali se ha a cuore il bene e il bello del quartiere.
E denunci anche le inadeguatezze del servizio di raccolta, la trascuratezza degli addetti che dovrebbero accorgersi – e non lo fanno – di quello che è abbandonato lì per terra, da settimane.
Racconto ancora casi di vita, quella dei nostri figli che vivono a Parigi. La consegna dei contenitori di vetro, di plastica, di carta e dell’immondizia ordinaria avviene a giorni stabiliti dalla municipalità di quartiere e in quei giorni, all’ora convenuta, passa il camion della raccolta.
A nessuno, per timore della spiata, viene in mente di buttare il pattume dove capita. E la polizia municipale è sempre in agguato.
Lorenzo e Azzurra hanno cambiato casa da poco ma sempre nello stesso quartiere. Ero da loro nei giorni del trasloco per aiutarli a disfare gli scatoloni ed ho ancora nell’orecchio la raccomandazione di mio figlio: “Papà il cartone non in quel contenitore ma nell’altro, più grande. Rischiamo di pagare la multa se la polizia vede che abbiamo sbagliato cassone. Controllano anche il nome del destinatario di un pacco se vedono il cartone buttato dove non si deve!”. Capito come si tiene pulito e ordinato un quartiere, una strada, una città?
Non pensate che i Tedeschi, i Francesi, gli Svedesi nascono disciplinati perché scodellati sotto altri cieli. Il decoro delle città, l’ordine sulle strade, la cura del verde, la separazione accurata dei rifiuti sono il frutto del ferreo controllo esercitato dallo Stato. L’applicazione implacabile delle sanzioni è un ammaestramento che non si dimentica.
Racconto ancora un episodio accaduto a Stoccolma ad Ann-Marie. Doveva raggiungere il suo giornale ed ha chiesto a Carola, che l’ospitava, di prestarle il motorino. Il ciclomotore non è molto diffuso in Svezia al contrario della bicicletta, ma quel giorno tutte le tre bici di casa erano impegnate. Non si trovava il casco e Carola suggerisce di indossare il copricapo da equitazione. Così attrezzata Ann-Marie fa il suo viaggio e lo ripete anche l’indomani e il giorno dopo ancora.
La terza sera, sulla strada del ritorno, mentre è in sosta ad un semaforo, viene fermata da una pattuglia della polizia (la polizia svedese è una sola e si occupa di tutto). Le viene rammentato che non è consentito mettere a protezione della testa il casco da equitazione e le viene rimproverato d’essersi fermata ai semafori toccando con la ruota anteriore la striscia bianca: “Ti hanno vista, ci hanno segnalato la tua targa, t’abbiamo seguita e abbiamo notato che guidi pericolosamente”.
Non c’è spazio per discussioni. “Adesso scendi e a piedi spingi il motorino fino a casa. E non ti permettere di farlo mai più”. Ann-Marie non è tornata a casa da sola: alle sue spalle la Volvo della polizia, con i lampeggianti accesi, l’ha scortata fino al portone.
Morale. Ann-Marie, conducente esemplare, mi ricorda spesso che senza certezza della sanzione non c’è educazione che tenga anche nella civile Svezia, che è civile perché tutti s’impegnano a rispettare le regole, sapendo che se sgarri c’è il poliziotto pronto a punirti o qualcuno a fare la spia.









