Ogni giorno fanno notizia gli sbarchi sulle coste italiane di immigrati provenienti dal continente africano. Ogni giorno si riconcorrono le opinioni più disparate su come fronteggiare questa catastrofe umanitaria. Ogni giorno anche i piccoli centri dell’Umbria vengono “scossi” dai problemi legati alla necessità di dare accoglienza a nuovi arrivi di rifugiati.
Mai, o assai raramente, si parla di coloro che fanno il viaggio inverso, ovvero che dall’Italia partono per l’Africa, o per altri Paesi del medio Oriente o dell’Asia, per fare qualcosa di concreto, nell’ambito di progetti di cooperazione internazionale, per le popolazioni che soffrono di un drammatico sottosviluppo.
Tra questi ci sono anche degli umbri, come è il caso del giovane agronomo Roberto Proietti (a destra nella foto), il quale non nuovo a queste esperienze a maggio scorso ha abbandonato l’agiato posto di docente per trasferirsi in Mozambico a dare testa, cuore e mani ad un’altra idea del mondo.
L’iniziativa che lo vede protagonista si chiama Afric Hand Project e nasce dalla prosecuzione del progetto Africa Milk implementato da CEFA in collaborazione con Granarolo in Tanzania e premiato ad Expo 2015 come Best Practice. Si caratterizza per una continuità e sviluppo nella filiera latte, partendo dalle conoscenze accumulate nella precedente esperienza adattate alla nuova realtà territoriale.
Il progetto è un esempio di nuovo approccio multisettoriale della cooperazione, infatti riguarda aspetti che spaziano dall’attività agricolo-zootecnica, passando per la trasformazione, il marketing e la tracciabilità della filiera del latte, fino alla lotta diretta e indiretta alla malnutrizione. E’ caratterizzato dalla convivenza tra partners italiani pubblici e privati e collabora direttamente con gli uffici territoriali di diversi ministeri in Mozambico.
“La collaborazione mia e della mia compagna Elisa – spiega Roberto Proietti – nasce dalla convinzione che implementare progetti agricoli senza aspetti nutrizionali inerenti l’utilizzo di ciò che si produce, determinasse un impatto da un punto di vista nutrizionale sulle popolazioni beneficiarie molto limitato, a causa della quasi nulla conoscenza delle stesse sulle possibilità di utilizzo degli alimenti e sulla loro combinazione in tavola. Questa convinzione ci ha portato a presentare l’idea di cooperazione al CEFA, basata dall’integrazione agricoltura-nutrizione, viste come le due facce della stessa medaglia e, della necessità di convivenza di due figure professionali come quella dell’agronomo e della biologa-nutrizionista”.
Successivamente il CEFA ha proposto a Roberto ed Elisa di collaborare alla scrittura dell’Afric Hand Project, dandogli piena disponibilità all’integrazione dello stesso su aspetti agro-zootecnici, di riduzione dell’impatto ambientale della filiera latte e all’introduzione di attività di lotta alla malnutrizione. Nello specifico il progetto si articola su tre macro attività: agricoltura e zootecnia, gestione della filiera e lotta alla malnutrizione.
“La componente agro-zootecnica – sottolinea Roberto – riguarda il rafforzamento della governance delle cooperative di agricoltori ad oggi esistenti sul territorio. I soci delle cooperative vengono formati da agronomi e veterinari locali su tecniche di foraggi coltura, di gestione della mandria, di sanità della mammella, di qualità del latte e su aspetti inerenti l’impatto ambientale delle tecniche agronomiche”.
La gestione della filiera è un’attività cardine del progetto, infatti si pone a cavallo tra i tre attori coinvolti nella stessa; governo, cooperativa di trasformazione e allevatori. La filiera viene accompagnata dal progetto nel suo potenziamento, dal ritiro del latte presso le cooperative degli agricoltori fino alla trasformazione e alla commercializzazione dei prodotti.
“La lotta alla malnutrizione viene svolta attraverso approcci diretti e indiretti”, spiega ancora Roberto. L’approccio diretto riguarda l’intervento su donne incinte e bambini in età pediatrica di età inferiore ai 5 anni, i quali vengono monitorati e ai quali vengono somministrati integratori nutrizionali, yogurt addizionato di micro-nutrienti prodotto nella cooperativa di trasformazione.
La lotta indiretta invece riguarda la formazione-informazione nutrizionale: le donne vengono coinvolte da associazioni locali con incontri riguardanti l’utilizzo in cucina degli alimenti a disposizione e la loro igiene, mentre gli alunni in età scolare ricevono informazioni nutrizionali dai professori di scienze precedentemente formati dalle nutrizioniste del progetto.
Tutte le attività vengono svolte in continuità con le controparti locali (Ministero dell’Educazione, della Sanità e dell’Agricoltura) e sempre in prima persona da personale locale, in modo da garantire al massimo la sostenibilità nel tempo dell’iniziativa.
Il progetto, dopo essere stato costruito a lungo con le controparti locali, è entrato nella fase operativa a maggio del 2016 e si prevede un arco temporale di azione di almeno cinque anni, al termine dei quali Roberto ed Elisa torneranno (forse) trasformati, avendo trasformando un po’ di di quella parte di mondo che hanno avuto il sogno di migliorare.












