Dopo le polemiche, il titolare del progetto promuove un'operazione verità specificando dimensioni, tipologia, autorizzazioni e rispetto ambientale dell'insediamento: "fermato un investimento da 3 milioni di euro"

Sulla realizzazione di un allevamento suinicolo nei pressi della frazione di Ripalvella di San Venanzo, questione che da alcune settimane sta animando il dibattito pubblico nella zona del Peglia e non solo (sul tema si sono registrate anche interrogazioni in Consiglio regionale), si registra ora la posizione dell’imprenditore titolare del progetto.
Il gruppo societario, che ha sede a Todi, tiene innanzitutto a precisare che “trattasi di un piccolo insediamento per lo svezzamento di suinetti lattonzoli da 6 a 28/30 chili, con una presenza media di 3.664 capi (non potrebbe essere diversamente in base alle caratteristiche tecniche dello stesso) ed un peso medio di 18 chilogrammi, la cui superficie utile calpestabile è di totali 1.770 metri quadrati“.

Specificato che trattasi dunque di una stalla di dimensioni assai più contenute di quanto riportato da alcuni giornali che hanno ingigantito le dimensioni parlando di 3.600 o addirittura 6.000 metri quadrati, l’azienda tuderte precisa che il piano, “perfettamente integrato in un progetto di filiera e certificato per il rispetto ambientale ISO 14001, è assolutamente compatibile e sostenibile all’interno dell’azienda agraria di proprietà di circa 150 ettari di terreno, proprietà tra l’altro confinante con altre attività allevatoriali, anche di maggiori dimensioni, e quindi in un contesto prettamente agricolo e non, come si vuol artatamente far credere, ad alta vocazione turistica”.

Non prima di aver invitato gli scettici a visitare il territorio per non avere dubbi a riguardo di quanto dichiarato, l’imprenditore tiene a sottolineare che “l’insediamento in oggetto è stato regolarmente autorizzato con permesso a costruire n° 14 del 12 agosto 2008 dopo ben otto mesi di iter istruttorio che ha coinvolto, oltre agli uffici tecnici del comune di San Venanzo, tutti gli organi di vigilanza preposti quali ARPA, USL 2, Sovrintendenza, Comunità Montana, tutti enti che hanno espresso parere favorevole al progetto”.

“L’azienda, dunque – informa un comunicato della proprietà – nel totale rispetto della normativa vigente ha varato il proprio piano di impresa che prevede globalmente circa 3 milioni di euro di investimento, nuovi posti di lavoro e lo sviluppo anche di altre attività collaterali quali il recupero di pascoli ed aree boschive per l’allevamento brado di bovini in selezione, la valorizzazione dei propri vigneti ed oliveti con lo sviluppo di prodotti a marchio legati al territorio e la riqualificazione di 30 ettari di pineta con percorsi verdi (a piedi e/o a cavallo), la realizzazione di un laghetto per captare le acque meteoriche da usare per la irrigazione e per la pesca sportiva, la ristrutturazione di alcuni casali per alloggiare clienti da attrarre in azienda attraverso uno show room che pubblicizzi e venda i prodotti aziendali“.

L’imprenditore tuderte lamenta come “di tutta questa parte del progetto aziendale, che figura agli atti dell’Amministrazione comunale di San Venanzo e che comprova la totale compatibilità con l’ambiente dell’allevamento, peraltro architettonicamente e tecnologicamente all’avanguardia, nessuno ne parla“.
“Si strumentalizza con disprezzo “il maiale” (senza precisare che si tratta di lattonzoli) – sottolinea il comunicato – per sollevare proteste popolari, senza tener minimamente conto degli sforzi di chi ha il coraggio di investire proprio oggi in cui fosche nubi di recessione si addensano all’orizzonte della nostra economia”.

La replica si conclude ricordando come “negli anni passati sul fondo in questione vi era un allevamento di 180 bovini bradi con un carico di deiezioni ben superiore a quello dell’insediamento che si intende realizzare, e con la differenza che mentre nel primo caso i reflui rimanevano completamente e costantemente a cielo aperto, nel nuovo centro di svezzamento il ciclo dei reflui rimarrà ermeticamente contenuto in canali e cisterne chiuse e trattato secondo le vigenti rigorose norme sanitarie”.
Amaro e quasi sarcastico l’ultimo passaggio: “Non ci risulta – si legge – che taluno abbia protestato per i carichi di bestiami ben superiori presenti in passato, o che protesti per gli innumerevoli allevamenti già esistenti adiacenti al paese e di superfici ben superiori a quelle sopra indicate. Ma forse gli altri animali hanno un percepito bucolico e positivo mentre il suino paga la triste ed ingiusta fama di essere un porco”.

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