La notizia non è freschissima, ma il fatto che non abbia avuto quasi nessuna eco sulla stampa regionale la rende ancora inedita. Il 29 giugno scorso con una cerimonia tenutasi nella cittadina casertana, i due sindaci (Fiorillo e Verbena) hanno gemellato Deruta, nota universalmente per la sua antichissima storia ceramistica e Gioia Sannitica.
La cronaca della giornata è descritta in dettaglio, con tanto di servizio fotografico, sul sito del Comune di Gioia Sannitica (www.gioiasannitica.com), mentre inspiegabilmente su quello del Comune di Deruta non se ne fa neppure cenno.
La giornata di festeggiamenti sembra sia stata molto apprezzata dai derutesi che hanno accompagnato sindaco e vicesindaco nella missione: cori e canti dell’Assisincanto Chorus tra cui il pezzo forte “Nella vecchia fattoria” e, in chiusura, una gran mangiata in piazza. Una bella festa non c’è che dire. Eppure…
Eppure un gemellaggio un senso dovrebbe averlo. Come si intuisce dal nome un gemellaggio è ritrovare un fratello, scoprire e valorizzare delle affinità, oppure legare un altro ai propri destini.
Uno dei primi gemellaggi moderni fu quello di Perugia e Bratislava nel 1962. Fortemente voluto dal sindaco socialista Seppilli, il patto di amicizia con una città di oltrecortina, come si diceva allora, suscitò tante polemiche da parte degli anticomunisti.
Ma aveva ragione Seppilli. Seguirono, infatti, i gemellaggi con Aix en Provence, Tuebingen, Grand Rapids, Potsdam, Seattle che, oggi, sono motivo di vanto per il capoluogo dell’Umbria, accomunato a quelle città per dimensioni urbane, vivibilità e ricerca di qualità della vita.
Per restare, invece, nel comprensorio potrebbe citarsi il caso di Marsciano. Anch’essa alla ricerca di gemelli perduti e ritrovati, ne conta tre: Tremblay-en-France, Orosei e Loropeni (Burkina Faso).
Frutto degli ideali terzomondisti e internazionalisti del sindaco Cappuccelli, un comunista non integralista a capo di una città operaia, quei gemellaggi guardavano alle emarginazioni delle periferie del mondo, all’alba della moderna globalizzazione, per sostenere e solidarizzare. Che avesse ragione lui?
Ma Deruta? Nonostante le relazioni nazionali e internazionali che l’appartenere alle città di antica tradizione ceramica le offre, al suo primo gemellaggio sceglie una comunità che di ceramica ha più o meno nulla.
Che cosa quindi hanno in comune i due gemellati? Non le dimensioni, non il contesto ambientale o culturale, né qualche ragione economica li unisce.
Le dichiarazioni ufficiali dicono che il filo rosso del caso Deruta-Gioia Sannitica è che lì è nato mezzo secolo fa un artista-artigiano, vivo e vegeto, che dal 1978 si è stabilito a Deruta.
Il suo profilo artistico (http://www.art-dorsi.it/p_vendita.html) lo descrive “ceramista, pittore e curioso sperimentatore di tecniche e materiali diversi, dipinge ceramiche con smalti dal carattere prettamente espressionista e tele con acrilico che richiamano la stessa forza […] abile scultore realizza le sue opere con materiali differenti a seconda delle esigenze del momento”. Una trentina di esposizioni, tra cui sei o sette mostre personali, sono nel suo carnet.
Insomma, un artista in carriera, dallo stile eclettico che oscilla tra espressionismo, surrealismo e metafisica, impegnato oggi, in versione arte concettuale, nella costruzione di “macchine inutili”.
Non è per il momento che le sue opere finiranno al Louvre, al Metropolitan o al Victoria & Albert dove si trovano invece le antiche ceramiche di Deruta, ma non è il caso di disperare.
Intanto a Gioia gli hanno conferito la cittadinanza onoraria anche se, visto che ci è nato, bastava tenerselo. Misteri dei gemellaggi!
Piuttosto, ciò che le fonti ufficiali non dicono è che il nostro artista ha nel suo curriculum una robusta militanza politica nel partito del sindaco e del vicesindaco di Deruta, dove è stato eletto nelle liste comunali fino al 2007 e, per la cronaca, anche il sindaco di Gioia è dello stesso schieramento politico di quello di Deruta.
Sembrerebbe, perciò, un gemellaggio di “regime” da cui né l’una, né l’altra comunità, ne traggono a prima vista un qualche beneficio.
A Gioia, comunque, hanno provveduto subito con un gran cartello all’inizio del paese a celebrare il gemellaggio con la città umbra, mentre a Deruta ancora niente e il sindaco Verbena non ha presentato il gemello alla città.
Peccato, poi, che nella fretta di gemellarsi entrambi i sindaci si siano dimenticati dell’unica cosa che le due città hanno in comune.
Tanto a Deruta che a Gioia si venera, infatti, una Madonna del Bagno.
Quella di Deruta è a Casalina, l’altra è nei dintorni di Gioia, ma straordinarie coincidenze le avvicinano. In entrambi i casi il culto inizia a metà del Seicento segnato da eventi prodigiosi che muovono una vasta partecipazione popolare.
A Deruta, l’esordio è la miracolosa guarigione della consorte di un uomo pio che aveva sistemato su una quercia, per esporlo alla devozione pubblica, un frammento di maiolica con l’effigie della Vergine. Da allora, le tante grazie ottenute dalla Madonna furono testimoniate con mattonelle maiolicate ex-voto che oggi, in più di seicento rivestono le pareti del piccolo santuario.
Anche a Gioia i miracoli della Madonna hanno generato una diffusa devozione da quando, secondo la tradizione, nel Seicento alcuni pastori rinvennero in un pozzo una mattonella con l’immagine della Madonna e l’innalzarono in un tabernacolo nel luogo in cui oggi sorge il santuario, anch’esso tappezzato di ex-voto per le guarigioni dispensate.
Due storie gemelle, queste sì, di religiosità e di intensa fede di popoli umili cui, spesso, non resta che affidarsi ai miracoli della Vergine Maria.
Possibile che le autorità, e le anime pie al seguito, non se ne siano accorte?
Viene il sospetto che l’amnesia sia l’ultimo prodigio della Madonna, poco incline – forse – a immischiarsi nell’insolito gemellaggio.









