La Compagnia tuderte, a conclusione delle rappresentazioni estive nelle frazioni, proporrà domenica 7 dicembre al teatro l'edizione 2008 della commedia "La malcapita"

Gran finale per la tournée della Compagnia teatrale de “I Rusteghi” che, domenica 7 dicembre (ore 21), proporranno a grande richiesta al Teatro Comunale di Todi l’edizione 2008 de “La malcapita”.
La commedia è un “classico” della farsa popolare, più volte rappresentato dalle compagnie di teatro amatoriale. L’originale canovaccio di anonimo francese del sec. XIX, che sceneggiava in un atto unico una “trovata” probabilmente già diffusa a livello di teatro orale, diventa, nel presente adattamento, una commedia in due atti che colloca i cinque ruoli principali in un contesto sociale più articolato, mediante l’aggiunta di altre figure e situazioni tipiche del mondo rurale. 
Ciò risponde all’esigenza, propria dei “Rusteghi”, di perseguire, anche attraverso un testo già esistente, intenti di ricerca, documentazione e recupero delle tradizioni contadine.
In questa prospettiva la riscrittura rimane in gran parte fedele alle tecniche del teatro popolare, aperto all’invenzione improvvisata sulla base di un canovaccio da arricchire o modificare con una certa libertà.
Il taglio “artificiale” dell’operazione sta piuttosto nella scelta di estremizzare comportamenti e situazioni fin quasi al paradosso, trasformando caratteri verosimili in “maschere”, che l’espressività di alcuni interpreti s’incarica di far emergere.
La commedia può diventare allora una “farsa” moderna, come il prologo, aggiunto ex-novo e palesemente dissonante rispetto all’ambientazione d’insieme, vuole suggerire.

La trovata comica attorno a cui ruota l’azione scenica è costituita dall’equivoco e dallo scambio dei ruoli tra “femmina di specie umana” e “femmina di specie equina”, tra donna e cavalla insomma.
L’identità del nome delle due protagoniste femminili non solo è l’ovvio elemento scatenante delle situazioni più esilaranti, ma lascia anche affiorare il punto di vista tutto maschile dell’invenzione.
E’ infatti Terenzio, ansioso padre-padrone della Zita umana e di quella equina, che ha dato lo stesso nome ad entrambe (o meglio, ha dato alla cavalla prediletta lo stesso nome dell’unica figlia); è lui che scatena la farsa quando, con inverosimile naturalezza, scambia senz’altro la richiesta di matrimonio che ha per oggetto la figlia con la proposta di compravendita che ha per oggetto la cavalla; ed è ancora lui a condurre tutto l’affare manifestando un’insolita attenzione per il lato “umano” della faccenda: il carattere capriccioso e bisbetico della cavalla che lui, il padrone, non solo non è riuscito a domare ma ha subìto con rassegnazione affettuosa e sollecita.
Il fatto è che l’affarista Terenzio sembra far di tutto per non venderla, la sua cavalla, elencandone al presunto acquirente gli innumerevoli difetti e suggerendogli, se proprio se la vuol comprare, i mille espedienti escogitati in tanti anni di quotidiana “intimità”, per contenerne l’umore bizzarro.
La farsa allora sembra rivelare, suo malgrado, un risvolto insospettabilmente serio: quello di una naturale, e ormai dimenticata, affinità (quasi “corrispondenza d’amorosi sensi”) tra mondo umano e “regno” animale…

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