Sotto accusa le norme del disegno di legge del Ministro Carfagna anticipate in molte ordinanze dei primi cittadini

Le commissioni Affari costituzionali e Giustizia del Senato, riunite in seduta congiunta, hanno ascoltato i rappresentanti delle organizzazioni Asgi, Gruppo Abele, On the Road, Caritas Italiana, Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (CNCA), Comune di Venezia, Consorzio Nova, Cooperativa Sociale Dedalus, Save the Children. Assente solo il Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute per problemi dei mezzi di trasporto.
L’audizione ha rappresentato la prima occasione per esprimere valutazioni sul “Ddl Carfagna” e
Le organizzazioni hanno sottolineato che, insieme alle proposte sottoscritte nel documento, sono state avanzate nel corso dell’audizione diverse critiche al disegno di legge Carfagna, che non convince gli operatori perché “penalizzando chi si prostituisce in strada colpisce donne e minori spesso vittime di sfruttamento, non considera che chi si prostituisce, anche per libera scelta, in genere non commette reati, semmai ne subisce, e non tiene conto del fatto che, già oggi, la violenza, lo sfruttamento e la riduzione in schiavitù sono ampiamente praticati nei luoghi dove viene esercitata la prostituzione al chiuso”.

I rappresentanti delle organizzazioni sopra citate sono concordi nel sostenere che “spingere ancora di più la prostituzione verso luoghi chiusi significherebbe rendere le donne sfruttate irraggiungibili dagli operatori sociali e dalle stesse forze dell’ordine
” e rilevano come, proprio dall’esperienza degli operatori, emerga “il rischio che l’applicazione di provvedimenti come quello proposto dal Ministro delle Pari Opportunità Mara Carfagna (e di tante ordinanze che ad esso si ispirano) possa ripercuotersi contro le stesse persone che il Ddl dice di voler tutelare, peraltro distogliendo le forze dell’ordine e gli apparati giudiziari dal contrasto alle reti criminali”.
Il fenomeno non può comunque essere affrontato solo dal punto di vista dell’ordine pubblico.
“Manca una visione di governo del fenomeno
”, notano gli enti nominati, “ed è innegabile che in termini culturali, far passare l’idea che la prostituzione sia un male da nascondere, comporta un danno. Una simile impostazione va ad aumentare i pregiudizi e anche l’aggressività della gente verso gli attori di questo fenomeno, che quasi sempre sono dei soggetti deboli

Per le associazioni, l’esperienza evidenzia come vietare la prostituzione in strada e prevedere interventi unicamente repressivi contro prostituzione e immigrazione irregolare significa:
non considerare che la prostituzione di strada riguarda in buona parte donne e minori stranieri di entrambi i sessi vittime di sfruttamento;
– non considerare che la lotta allo sfruttamento non si realizza con l’eliminazione della prostituzione di
strada, visto che violenza, sfruttamento, riduzione in schiavitù già sono presenti in una parte della
prostituzione al chiuso esercitata negli appartamenti o tramite i locali notturni;
– non considerare che chi si prostituisce non commette reati contro terzi ma spesso li subisce (violenze, stupri, rapine, sfruttamento, riduzione in schiavitù);
criminalizzare le vittime e non gli sfruttatori;
sottrarre le risorse delle forze dell’ordine alle attività di indagine e contrasto verso il crimine e
congestionare ulteriormente gli uffici giudiziari;
– far percepire i rappresentanti delle forze dell’ordine da parte di chi si prostituisce come nemici e non
come riferimenti in cui riporre fiducia e cui poter chiedere eventualmente aiuto;
soprattutto spostare “il problema” (e spesso solo temporaneamente) da un luogo ad un altro: da un
comune a quello vicino, dalla città alla periferia, verso luoghi più insicuri, dalla strada ai luoghi chiusi;
– correre il rischio che ancora di più le reti criminali organizzino lo sfruttamento della prostituzione al
chiuso, in palazzine dedicate
;
rendere più difficili le attività di contatto, informazione, sensibilizzazione ed accompagnamento che
svolgono le unità di strada;
– stigmatizzare e discriminare ancora di più le persone che si prostituiscono;
rendere ancora più vulnerabili le persone trafficate perché irraggiungibili dagli operatori sociali ma
anche dalle forze dell’ordine, riducendo quindi drasticamente le loro possibilità di accedere ai programmi di assistenza di cui all’articolo 13 e all’articolo 18;
ridurre le possibilità di accesso delle vittime di grave sfruttamento e tratta ai programmi art. 13 e
art. 18, significa anche ridurre le probabilità che esse collaborino con forze dell’ordine e magistratura
nel perseguire trafficanti e sfruttatori;
– il rimpatrio forzato significa il più delle volte immettere una seconda volta le vittime nel circuito dello
sfruttamento in una condizione di vulnerabilità ancora maggiore.

Vietare la prostituzione di strada è dunque una operazione non solo inefficace, ma controproducente, e
molto rischiosa.
L’esperienza dice anche che, là dove la prostituzione di strada crea disagio alla cittadinanza (e non dovunqueciò avviene), si possono mettere in atto strategie e azioni che ne riducono l’impatto, che risolvono i conflitti.
Le questioni della pulizia dei luoghi in cui viene esercitata la prostituzione, degli schiamazzi, il disagio della
cittadinanza, possono essere affrontate nel momento in cui si mettono intorno ad un tavolo le istituzioni, le associazioni, le rappresentanti di chi si prostituisce, le unità di strada: si trovano soluzioni, molto più
semplici, efficaci, rispettose ed economiche
di telecamere, divieti ecc.
Come pure é pericolosa l’idea che periodicamente ritrova dei sostenitori: il ritorno alle case chiuse e ai
controlli sanitari obbligatori
. La diffusione delle malattie sessualmente trasmissibili non si riduce in tal modo, anzi, il rischio di diffusione aumenta: si abbassa infatti la protezione (più di quanto purtroppo già non si faccia) poiché non si considera che il “periodo finestra” riduce di molto l’attendibilità dei risultati delle analisi.
I controlli sanitari obbligatori così, oltre ad andare contro le libertà personali, oltre ad essere discriminanti
perché pensati solo per le donne e non anche per i clienti, sono una pericolosa “falsa protezione”.

condividi su: