Prosegue il dibattito sul previsto (e poi annullato) spettacolo di lotta al Comunale di Todi: all'intervento - favorevole - di Chiaraluce, replica un suo ex compagno di liceo

Ricordo dai tempi del liceo l’immagine di Valerio Chiaraluce (autore dell’intervento“Todi, il Wrestling e la cultura con la Q maiuscola“, ndr) che teneva una lezione sui geroglifici, durante un’autogestione. Mi affascinò, e quel fascino si sarebbe tradotto in una stima che è rimasta invariata finora, il suo anticonformismo naturale, spontaneo e ironico, mai esibito, portato addosso quasi senza accorgersene. Forse è quello stesso anticonformismo, quello stesso fastidio verso gli snobismi della cultura, che ha portato Valerio a difendere il wrestling a teatro.
Questa volta però devo manifestare un dissenso, che non contraddice la stima, nei confronti dell’opinione di Valerio. Sarei stato fortemente contrario al wrestling a teatro: e non per difendere una malintesa sacralità dei templi culturali, o un’idea, polverosa e anche a me insopportabile, di elitarismo culturale. Tutt’altro. Quello che bisogna difendere è la possibilità della cultura di continuare a proporre la diversità, contro l’uniformazione. Di tornare ad adempiere alla sua funzione che è l’educazione da un lato, e la continua destabilizzazione dell’esistente dall’altro.

Non c’è Dionisio sotto la maschera del wrestler, e non c’è catarsi nella finta violenza: il wrestler è proprio ciò che distoglie gli uomini dall’affrontare il proprio versante oscuro (Dionisio). E la finta violenza non libera dalle pulsioni violente, ma occulta la violenza vera che massacra i bambini in giro per il mondo.
Accettare il wrestling a teatro non significa essere disponibili a un rinvigorimento della tradizione. Significa accettare la deriva culturale nella quale si trascina il nostro Paese. Il wrestling a teatro non serve la causa dell’innovazione. Serve, al contrario, la causa della conservazione, perché è l’ennesimo episodio di un processo di trascinamento verso il basso della cultura, di un appiamento dei contenuti ottenuto proprio allineando, e quindi uniformando: il wrestling nello stesso spazio di Shakespeare, Moccia sullo stesso scaffale di Manzoni, Boldi e De Sica accostati a Gassman e Tognazzi.

Il wrestling a teatro non è il domani: è già l’oggi, è il frutto dell’ideologia televisiva che ha condotto il nostro paese all’anestesia di cui oggi soffriamo tutte le conseguenze: assuefazione all’illegalità, alla corruzione, all’immobilismo.
E’ il frutto della stessa ideologia che, assegnando a tutte le opinioni lo stesso valore, ha neutralizzato tutte le opinioni, soprattutto le più qualificate, le più competenti, per non parlare di quelle contestatrici o apertamente eversive.
E’ la stessa dinamica che provoca l’illusione ottica secondo la quale l’opinione di Margherita Hack conta come quella di Alba Parietti, la parola di Gherardo Colombo può essere messa in discussione impunemente da Massimo Giletti. E così via.

Davvero contro il wrestling a teatro (cioè contro tutto quello che ciò significa) dobbiamo combattere: non per difendere un passato elitario e antipatico, ma per difendere quello che è ancora difendibile del futuro. La cultura deve recuperare le sue prerogative, la sua capacità di analisi e di orientamento, cercando nuove strade per una riscossa intellettuale.
Non si può più inseguire il sempre-uguale mercantilistico e televisivo: quella strada sappiamo già dove ha portato, segregandoli e anestetizzandoli, i nostri cervelli. Almeno per me: in un posto dal quale è necessario farli evadere.

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