Il porto fluviale di Pagliano è una delle testimonianze archeologiche più significative della Media Valle del Tevere.
Quando il Tevere era navigabile fino in Umbria, nella zona di Baschi, Pagliano era un insediamento assai vivace, al centro di una rete di commerci svolti prevalentemente per via fluviale che coinvolgeva un territorio ampio e ricco compreso tra Arezzo e Chiusi a nord e Roma a sud.
A Pagliano, dove il fiume Paglia confluisce nel Tevere, transitavano con sicurezza prodotti agricoli diretti verso il grande mercato romano e ceramiche di qualità destinate, una volta giunte a Roma, ad inserirsi in reti commerciali a scala mediterranea.
Scavi passati hanno consentito di riportare alla luce i piloni del molo sull’antico alveo del Tevere ed una canaletta molto ben conservata, insieme a numerose monete riferibili all’età augustea e a quella costantiniana.
Proprio questi significativi ritrovamenti inducono a pensare che il porto fluviale potesse essere attivo tra il I secolo a.C. ed il IV d.C., per almeno cinque secoli, come sosteneva anche Riccardo Mancini che alla fine dell’Ottocento aveva portato alla luce ventotto ambienti dei settanta che aveva individuato nella vasta area interfluviale, disegnando anche una.
carta degli scavi a conclusione delle sue campagne condotte a fine Ottocento.
Quando il Tevere era navigabile fino in Umbria, nella zona di Baschi, Pagliano era un insediamento assai vivace, al centro di una rete di commerci svolti prevalentemente per via fluviale che coinvolgeva un territorio ampio e ricco compreso tra Arezzo e Chiusi a nord e Roma a sud.
A Pagliano, dove il fiume Paglia confluisce nel Tevere, transitavano con sicurezza prodotti agricoli diretti verso il grande mercato romano e ceramiche di qualità destinate, una volta giunte a Roma, ad inserirsi in reti commerciali a scala mediterranea.
Scavi passati hanno consentito di riportare alla luce i piloni del molo sull’antico alveo del Tevere ed una canaletta molto ben conservata, insieme a numerose monete riferibili all’età augustea e a quella costantiniana.
Proprio questi significativi ritrovamenti inducono a pensare che il porto fluviale potesse essere attivo tra il I secolo a.C. ed il IV d.C., per almeno cinque secoli, come sosteneva anche Riccardo Mancini che alla fine dell’Ottocento aveva portato alla luce ventotto ambienti dei settanta che aveva individuato nella vasta area interfluviale, disegnando anche una.
carta degli scavi a conclusione delle sue campagne condotte a fine Ottocento.
Ora un progetto che verrà presentato domani in conferenza stampa, darà il via ad una nuova fase di indagini che porteranno al restauro, alla valorizzazione e alla successiva pubblicazione delle ricerche riguardanti il sito archeologico.
Sotto la direzione scientifica della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Umbria, il patrocinio del Comune di Orvieto e il coordinamento dell’Associazione Porta Aurea, tutte le fasi di indagine e pubblicazione beneficeranno del finanziamento di Acquatecno srl, società di ingegneria che concentra le sue attività sull’idraulica marittima, la pianificazione, la progettazione e la direzione lavori di opere di ingegneria portuale.
Interverranno: il Dott. Paolo Bruschetti, Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Umbria; il Dott. Giuseppe M. della Fina, Assessore alle Politiche per il Turismo e promozione della Cultura del Comune di Orvieto; l’Arch. Maria Vittoria Biego, Acquatecno srl e Federico Spiganti, Presidente Associazione Porta Aurea.










