Una concessionaria di Città di Castello al centro di un giro di circa 400 auto che hanno evaso l'Iva
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L’Umbria sembra particolarmente attratta dal commercio irregolare di auto.
Dopo le scoperte a Terni dei giorni scorsi, anche a Città di Castello la Guardia di finanza ritiene di aver scoperto una maxi evasione fiscale per sette milioni di euro nel settore del commercio di autovetture.
L’indagine, avviata alla fine del 2007, si è conclusa con la denuncia di nove persone. All’ammontare dei ricavi non dichiarati si aggiunge un ulteriore milione di Iva non versata
Una società di Città di Castello, completamente sconosciuta al fisco, in poco più di due anni avrebbe messo in piedi «un complesso sistema di frode che le ha permesso di realizzare cospicui guadagni esentasse», come si sottolinea nel comunicato della Finanza. Il tutto, grazie anche alla compiacenza di alcuni rivenditori ufficiali dislocati in Emilia-Romagna, Toscana, Marche e Umbria.
Il modus operandi  vedeva la società tifernate acquistare autovetture nuove senza applicazione dell’Iva, dichiarando che erano destinate all’esportazione in Paesi extraeuropei (e quindi non imponibili ai fini dell’Iva) ma immettendole, in realtà, sul mercato nazionale.
Sono circa 400 le macchine per le quali le Fiamme gialle hanno dettagliatamente ricostruito, attraverso i numeri di telaio, le varie transazioni e l’avvenuta immatricolazione in Italia, anzichè l’esportazione verso Albania e Libia, come attestato nelle relative «dichiarazioni d’intento» (di esportazione) necessarie per la non applicazione dell’imposta.
Ma non era questa l’unica strada con la quale si frodava il fisco. A taluni clienti, inoltre, venivano vendute auto applicando l’Iva che però non veniva versata.
L’elemento che permetteva di rendere appetibile l’affare per l’acquirente finale era rappresentato dall’offerta di una supervalutazione dell’usato piuttosto che dal prezzo della macchina nuova per, secondo la Gdf, « non attirare l’attenzione degli organi di controllo o di altri rivenditori del settore sull’offerta di vetture a prezzi fuori mercato». Il rivenditore, infatti, lasciando il prezzo dell’auto richiesta in linea con quelli di mercato, poteva comunque permettersi di offrire cospicue supervalutazioni dell’usato del potenziale cliente, avendo egli lucrato a monte sul 20 per cento del valore, corrispondente all’Iva non versata..

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