Fra Olmeto e Sant’Elena sembra essersi creato il triangolo delle Bermude: già ci pensava il biodigestore a riempire le pagine dei quotidiani locali, come se non bastasse tre giorni fa sono arrivati i sigilli ad una fabbrica, che è adiacente alla struttura che smaltisce i reflui zootecnici.
Le due cose non sembrano essere collegate se non dal fatto che i terreni dove sorgeva questa azienda che produceva pellet (legna da ardere e non bancali come erroneamente scritto dalla stampa), erano pubblici come il terreno del biodigestore; per il resto non sembrano aver nulla in comune le due storie ma è curioso notare come tutto avvenga in quel fazzoletto di terra in questo periodo.
I sigilli sono arrivati per un intervento della Polizia Provinciale su segnalazione dei residenti: sembra che l’azienda in oggetto, Energia Verde si chiama, non avesse i documenti in regola per svolgere la propria attività, ovvero la produzione di legno compresso per riscaldare le abitazioni.
Ci sono delle indagini in corso e nulla è dato sapere al momento, ma a breve, se già non ci sono state delle denunce, ne sapremo sicuramente di più.
Ciò che resta sono i tronchi accatastati lungo la recinzione del biodigestore ed un paio di macchinari a cielo aperto, il tutto circondato dal tipico nastro bianco rosso che si usa in questi casi.
Visto che il terreno è comunale, se fossero vere le accuse, bisognerebbe capire come sia stato possibile che l’amminsitrazione abbia affittato un lotto ad un’azienda che non in possesso dei requisti previsti dalla legge.
Secondo uno dei soci della cooperativa il problema si risolverà presto ed è solo un disguido nato dal fatto che la cooperativa che produce pellets è stata equiparata ad una segheria, e da qui dovrebbero essere sorti tutti i problemi.
Da quello che si trova nel sito della cooperativa, la struttura produce un tipo di pellets di qualità, con alto potenziale calorifero, il tutto nel rispetto dell’ambiente, utilizzando tronchi locali. Le indagini faranno luce su questa situazione.
Per quanto riguarda il biodigestore, che ricordiamo è fermo dalla prima settimana di agosto, si è letto ieri sulla stampa di una terza laguna, ma al momento non ci sono fonti ufficiali che confermano tale notizia, visto che tutta la polemica sul biodigestore si riaccese 2 anni fa proprio grazie alla proposta della terza laguna.
Nell’incontro tra i capigruppo consiliari che si è svolto 2 giorni fa si è discusso quasi solo del biodigestore, senza trovare ancora una soluzione: molto interessante in merito è stato anche l’incontro organizzato all’interno dell’undicesima festa di Liberazione, dova hanno partecipato rappresentati dei vari comitati, l’assessore Lipparoni e molti marscianesi, tutti insieme a discutere del futuro della zootecnia e, di conseguenza, del futuro del biodigestore.
Ne è venuto fuori un quadro che da per morta la zootecnia intensiva e vede come unica prospettiva la zootecnia a terra, di qualità: non è un caso che in questo momento quei pochi finanziamenti in questo settore vadano tutti verso le produzioni di qualità, non verso quelle intensive.
Sempre sulla stampa locale si è letto di movimenti sospetti di autobotti che, in questo periodo di chiusura, continuerebbero ad entrare ed uscire dal biodigestore: secondo i “guardiani” del Movimento per la qualità della vita sono diversi mesi che questo fenomeno non accade più, anche perchè, se uno dovesse pensare al peggio, ci sarebbero modi più semplici e meno visibili per portare liquami al biodigestore chiuso, come per esempio arrivare ad una vasca di rilancio presso un qualsiasi allevamento e, tramite le condutture sotterranea, arrivare ad Olmeto.
In attesa di ulteriori sviluppi, gli allevatori non sanno cosa fare: le vasche di stoccaggio sono quasi tutte piene e non sanno più dove sbattere la testa: l’unica soluzione per non affogare è quella di sversare nei fossi e nei campi, soluzione illegale e che crea danni ambientali.
In attesa di rapide soluzioni, speriamo tutti nella coscienza degli allevatori e degli amministratori.
- Matteo Berlenga
- 11 Settembre 2009










