Forse quando il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha dichiarato di non credere che la mobilità di per sè sia un valore e conseguentemente rivalutato l’idea del posto fisso, ragionava in base alla propria esperienza.
Che il ministro, a rischio “mobilità” non da oggi e sotto attacco da confindustria e mondo bancario, sia stressato è chiaro a chiunque si soffermi sul suo volto, ma oggi arriva l’allarme ufficiale degli psicologi, che spiegano con esso anche il crescente clima di rivalità ed aggressività che permade i vari strati della popolazione a partire da quello della politica nostrana.
«La precarietà del lavoro, caratteristica di questo momento storico-sociale, sta producendo gravi risposte d’ansia nei cittadini. Una situazione più stabile, come quella di chi ha il posto fisso, dà più sicurezza e crea meno depressi».
Insomma, a beneficiarne è anche la psiche, spiega Paola Vinciguerra, psicologa e psicoterapeuta, presidente dell’Associazione europea disturbi da attacchi di panico (Eurodap). «La crisi economica che stiamo vivendo e le diverse situazioni d’instabilità e di minaccia che fanno parte della nostra realtà – afferma l’esperta – mettono a rischio il nostro equilibrio psichico che dovrebbe essere, invece, proprio in questo momento di difficoltà la nostra risorsa primaria».
Secondo la Vinciguerra, «la paura di perdere la possibilità di sostenersi economicamente, e peggio ancora di non poter proteggere economicamente la famiglia che abbiamo creato, o di non poter costruire un futuro, provoca un grande senso di frustrazione, d’inadeguatezza, di fallimento o di vittimismo. Risposte che producono perdita di fiducia in se stessi, con un conseguente senso di abbattimento, d’inutilità che porta alla depressione.
Ci si sente vittime di un sistema che salva tutti tranne noi. Ciò – dice – crea invidie, rivalità, aggressività».
In attesa che comunque sia la società tutta a rallentare un po’, ecco le cinque regole della psicologa per sopravvivere da precario:
1) Facciamo un esame ‘reale’ della nostra situazione economica: forse potremmo accorgerci che è meno disastrosa di quanto la nostra ansia ce la fa apparire.
2) Calibriamo la nostra vita sulle reali possibilità economiche di cui disponiamo, combattendo la sensazione di fallimento che ci potrebbe assalire. Cerchiamo quindi di renderci conto che forse la nostra vita non è stata impostata su bisogni reali, ma spesso indotti dal gruppo di riferimento o da modelli esterni.
3) Non pensiamo ossessivamente a quando perderemo il lavoro; questo tipo di pensieri non ci serve a prevenire gli eventi, anche se ci dà la sensazione di controllarli. Nella realtà questo comportamento mentale è inutile per ripararci da situazioni che non dipendono da noi. Tutto questo produce solo insonnia, nervosismo e distrugge ciò che di bello abbiamo ma che non riconosciamo più.
4) Facciamo un elenco di tutte le cose belle che abbiamo nelle nostra vita, mettiamo via il foglio in un cassetto e dopo qualche giorno facciamo, invece, un elenco di tutte le cose brutte. Solo dopo qualche giorno riprendiamo i fogli e confrontiamoli. L’elenco delle cose positive supererà di gran lunga quello di quelle negative.
5) Facciamo ora un elenco di tutte le nostre qualità e capacità e mettiamolo in un cassetto. Dopo qualche giorno facciamo un elenco di tutto quello che lavorativamente ci piacerebbe fare. Dopo qualche giorno confrontiamo queste liste: troveremo che, nel caso rimanessimo senza lavoro, ci sono molte cose che potremmo fare.
- Redazione
- 2 Novembre 2009








