Quando la crisi del 1929 travolse gli Stati Uniti d’America i governanti risollevarono la nazione aumentando anche artificialmente i redditi dei cittadini, in termini economici la domanda.
L’economista John Kenneth Galbraith ha individuato almeno cinque fattori di debolezza nell’economia americana responsabili della crisi, fattori che sembrano essere gli stessi della crisi attuale:
• Cattiva distribuzione del reddito;
• Cattiva struttura, o cattiva gestione delle aziende industriali e finanziarie;
• Cattiva struttura del sistema bancario;
• Eccesso di prestiti a carattere speculativo;
• Errata scienza economica (perseguimento ossessivo del pareggio di bilancio e quindi assenza di intervento statale considerato un fattore penalizzante per l’economia).
L’economista John Kenneth Galbraith ha individuato almeno cinque fattori di debolezza nell’economia americana responsabili della crisi, fattori che sembrano essere gli stessi della crisi attuale:
• Cattiva distribuzione del reddito;
• Cattiva struttura, o cattiva gestione delle aziende industriali e finanziarie;
• Cattiva struttura del sistema bancario;
• Eccesso di prestiti a carattere speculativo;
• Errata scienza economica (perseguimento ossessivo del pareggio di bilancio e quindi assenza di intervento statale considerato un fattore penalizzante per l’economia).
Nei libri di scuola viene ricordato che, in America, per uscire dalla crisi si davano salari ad operai per scavare delle buche che poi altri operai erano chiamati a riempire e così via.
Si cercava così di riequilibrare la distribuzione del reddito al fine di riattivare una domanda interna
In Italia fino ad ora si punta invece a rafforzare l’offerta, con riduzioni varie delle imposte ed agevolazioni, come se imprese più competitive sui costi potessero poi piazzare una crescente quantità di prodotti e così riattivare l’economia.
Ma la crisi è globale e da tutte le parti la domanda è calata e tutte le imprese piangono per ottenere sconti.
Non si vede quindi chi possa acquistare prodotti in una misura tale da invertire l’andamento.
Ma c’è anche chi vede un’uscita chiamata “di sinistra” dalla crisi che in effetti dovrebbe chiamarsi più correttamente keynesiana.
O meglio, rifacendosi al politico che la mise in atto, Roosveltiana, perché larga parte della fama di Franklin Delano Roosevelt , 32º presidente degli Stati Uniti d’America, è dovuta al vasto e radicale programma di riforme economiche e sociali attuato fra il 1933 e il 1937, e conosciuto con il nome di New Deal, grazie al quale gli Stati Uniti riuscirono a superare la grande depressione dei primi anni ’30.
Fra le sue più importanti innovazioni va ricordato il Social Security Act , con il quale vennero introdotte per la prima volta negli Stati Uniti l’assistenza sociale e le indennità di disoccupazione, malattia e vecchiaia, quindi provvedimenti di spesa a favore delle classi meno agiate e non certo delle imprese.
Il contrasto nel campo imprenditoriale italiano sulla questione Irap, tra piccole e grandi imprese è rivelatrice del fatto che la Confindustria punta a mantenere la distribuzione del reddito ai livelli vantaggiosi ottenuti nell’ultimo decennio, dopo l’introduzione di un euro non certo pensato ed attuato per le classi popolari.
«Un confronto alle forze politiche della sinistra, alle forze dell’associazionismo e alle organizzazioni sindacali per verificare la volontà comune di costruire l’unità d’azione sulle cose concrete e cominciare da qui a prospettare una uscita ‘a sinistrà dalla crisi»: è quanto sollecita il capogruppo del Prc in Regione, Stefano Vinti.
Secondo Vinti, la crisi che nelle regioni di quella che – in una nota – lo stesso capogruppo Prc definisce «l’Italia mediana» (e cioè Emilia-Romagna, Toscana, Marche e Umbria), escluso il Lazio, nei primi sei mesi del 2009 avrebbe portato ad un crollo delle assunzioni del 21 per cento.
Per Vinti, «la drastica flessione delle assunzioni è la conseguenza del drammatico calo degli ordini e del fatturato del sistema industriale e produttivo dell’Italia mediana nel suo complesso. Fonti accreditate indicano nel 21,4 per cento la crescita delle persone in cerca di occupazione nei primi sei mesi dell’anno. Nello specifico sono aumentate le persone in cerca di lavoro del 38,7 per cento nelle Marche, del 36,8 in Umbria, del 29,4 in Emilia-Romagna e del 5,7 in Toscana.
Nell’Italia mediana, fino a settembre, sono stimabili circa centomila lavoratori in cassa integrazione, contro i 13.922 del settembre 2008, cioè con un aumento di circa l’860 per cento.
Il tasso di disoccupazione è salito del 1,2 per cento, arrivando al 5,7 per cento, nelle quattro regioni considerate: più 0,3 per cento in Toscana, più uno per cento in Emilia Romagna, 1,7 per cento nelle Marche e in Umbria.
I lavoratori precari al settembre 2009 nell’Italia mediana (escluso il Lazio), cioè lavoratori dipendenti a termine, collaboratori coordinati e continuativi, prestatori d’opera occasionali e disoccupati (non solo dipendenti), da meno di un anno, sono arrivati alla ragguardevole cifra di 605 mila, il 13 per cento circa degli occupati totali (243.631 in Emilia-Romagna, 205.848 in Toscana, 67.672 in Umbria e 87.857 nelle Marche)». «Questi sono i numeri – conclude Vinti – altro che crisi superata !.
Purtroppo in tanti ritengono che gli effetti della crisi economica sul sistema produttivo e sui livelli occupazionali si faranno sentire in Umbria per tutto il 2010, con esiti sociali facilmente immaginabili. È evidente che nè il governo Berlusconi, nè le opposizioni parlamentari sono in grado di prospettare nuove politiche industriali e di indicare un percorso per una uscita dalla crisi che rilanci l’economia del paese».
Si cercava così di riequilibrare la distribuzione del reddito al fine di riattivare una domanda interna
In Italia fino ad ora si punta invece a rafforzare l’offerta, con riduzioni varie delle imposte ed agevolazioni, come se imprese più competitive sui costi potessero poi piazzare una crescente quantità di prodotti e così riattivare l’economia.
Ma la crisi è globale e da tutte le parti la domanda è calata e tutte le imprese piangono per ottenere sconti.
Non si vede quindi chi possa acquistare prodotti in una misura tale da invertire l’andamento.
Ma c’è anche chi vede un’uscita chiamata “di sinistra” dalla crisi che in effetti dovrebbe chiamarsi più correttamente keynesiana.
O meglio, rifacendosi al politico che la mise in atto, Roosveltiana, perché larga parte della fama di Franklin Delano Roosevelt , 32º presidente degli Stati Uniti d’America, è dovuta al vasto e radicale programma di riforme economiche e sociali attuato fra il 1933 e il 1937, e conosciuto con il nome di New Deal, grazie al quale gli Stati Uniti riuscirono a superare la grande depressione dei primi anni ’30.
Fra le sue più importanti innovazioni va ricordato il Social Security Act , con il quale vennero introdotte per la prima volta negli Stati Uniti l’assistenza sociale e le indennità di disoccupazione, malattia e vecchiaia, quindi provvedimenti di spesa a favore delle classi meno agiate e non certo delle imprese.
Il contrasto nel campo imprenditoriale italiano sulla questione Irap, tra piccole e grandi imprese è rivelatrice del fatto che la Confindustria punta a mantenere la distribuzione del reddito ai livelli vantaggiosi ottenuti nell’ultimo decennio, dopo l’introduzione di un euro non certo pensato ed attuato per le classi popolari.
«Un confronto alle forze politiche della sinistra, alle forze dell’associazionismo e alle organizzazioni sindacali per verificare la volontà comune di costruire l’unità d’azione sulle cose concrete e cominciare da qui a prospettare una uscita ‘a sinistrà dalla crisi»: è quanto sollecita il capogruppo del Prc in Regione, Stefano Vinti.
Secondo Vinti, la crisi che nelle regioni di quella che – in una nota – lo stesso capogruppo Prc definisce «l’Italia mediana» (e cioè Emilia-Romagna, Toscana, Marche e Umbria), escluso il Lazio, nei primi sei mesi del 2009 avrebbe portato ad un crollo delle assunzioni del 21 per cento.
Per Vinti, «la drastica flessione delle assunzioni è la conseguenza del drammatico calo degli ordini e del fatturato del sistema industriale e produttivo dell’Italia mediana nel suo complesso. Fonti accreditate indicano nel 21,4 per cento la crescita delle persone in cerca di occupazione nei primi sei mesi dell’anno. Nello specifico sono aumentate le persone in cerca di lavoro del 38,7 per cento nelle Marche, del 36,8 in Umbria, del 29,4 in Emilia-Romagna e del 5,7 in Toscana.
Nell’Italia mediana, fino a settembre, sono stimabili circa centomila lavoratori in cassa integrazione, contro i 13.922 del settembre 2008, cioè con un aumento di circa l’860 per cento.
Il tasso di disoccupazione è salito del 1,2 per cento, arrivando al 5,7 per cento, nelle quattro regioni considerate: più 0,3 per cento in Toscana, più uno per cento in Emilia Romagna, 1,7 per cento nelle Marche e in Umbria.
I lavoratori precari al settembre 2009 nell’Italia mediana (escluso il Lazio), cioè lavoratori dipendenti a termine, collaboratori coordinati e continuativi, prestatori d’opera occasionali e disoccupati (non solo dipendenti), da meno di un anno, sono arrivati alla ragguardevole cifra di 605 mila, il 13 per cento circa degli occupati totali (243.631 in Emilia-Romagna, 205.848 in Toscana, 67.672 in Umbria e 87.857 nelle Marche)». «Questi sono i numeri – conclude Vinti – altro che crisi superata !.
Purtroppo in tanti ritengono che gli effetti della crisi economica sul sistema produttivo e sui livelli occupazionali si faranno sentire in Umbria per tutto il 2010, con esiti sociali facilmente immaginabili. È evidente che nè il governo Berlusconi, nè le opposizioni parlamentari sono in grado di prospettare nuove politiche industriali e di indicare un percorso per una uscita dalla crisi che rilanci l’economia del paese».
Singolarmente, ma non troppo, le stesse tesi vengono dal mondo del lavoro di destra.
"Se non si sostengono i consumi delle famiglie l’uscita dalla crisi economica sarà ancora più lenta."
Lo sostiene il segretario generale dell’Ugl, Renata Polverini commentando il calo della produzione industriale registrato dall’Istat a settembre.
«Il dato negativo sulla produzione industriale – afferma – è l’ennesimo segnale della necessità e urgenza di intervenire a sostegno delle famiglie per stimolare i consumi. Non è sufficiente agire soltanto con incentivi alle imprese».
"Se non si sostengono i consumi delle famiglie l’uscita dalla crisi economica sarà ancora più lenta."
Lo sostiene il segretario generale dell’Ugl, Renata Polverini commentando il calo della produzione industriale registrato dall’Istat a settembre.
«Il dato negativo sulla produzione industriale – afferma – è l’ennesimo segnale della necessità e urgenza di intervenire a sostegno delle famiglie per stimolare i consumi. Non è sufficiente agire soltanto con incentivi alle imprese».
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