Pagliano, situato alla confluenza di due fiumi: Tevere e Paglia, nei pressi di Baschi,  è una delle testimonianze archeologiche più significative della media valle del Tevere indagata da una impresa tuderte.
 

confluenza Tevere Paglia prima della costruzione della diga di Corbara
Il momento di maggior espansione della città di Todi avvenne in età romana.
La  romanizzazione nel territorio tuderte è probabilmente da ipotizzare non come una immediata rottura, ma come una lunga fase di integrazione, un processo poco traumatico che coinvolge inizialmente le classi dirigenti e le aristocrazie locali.
Fu dedotta colonia dei veterani tra il 47 e il 27 a.C., come testimoniano le fonti letterarie ed epigrafiche,  acquistando posteriormente il titolo di Colonia Julia Fida Tuder  con il diritto di coniare moneta propria. In seguito venne ascritta alla Tribu Clustumina.
Suggestivo immaginare come doveva presentarsi Tuder agli occhi di un liberto che si recava al mercato, o di un politico che raggiungeva il Foro, dove oggi sorge Piazza del Popolo.
Ancora oggi passeggiando per la città ci si imbatte nei resti di strutture che testimoniano la grandiosità delle opere monumentali della colonia: il teatro che si imposta sui terrazzamenti per sfruttare l’inclinazione naturale del colle; il muro a nicchie, la serie di cisterne e il sistema di drenaggio delle acque; l’imponente cinta di mura che proteggeva sulla cima del colle il Tempio dedicato al sommo Giove.
Imprescindibile il rapporto tra la città e il suo fiume, il Tevere, fonte di sustentamento ma anche naturale via di comunicazione alternativa, per una città così importante ma inserita in un contesto geografico dalla morfologia complessa e lontana dalle principali arterie consolari.
Oltre all’altura, abbondante doveva essere l’attività nelle campagne, dove le numerose ville rustiche suggeriscono una diffusa produzione agricola.
Una cospicua presenza si riscontra nelle zone a nord,lungo la media valle del Tevere, ad Est verso i Monti Martani  e ad Ovest, nelle zone di  Civitella, Scoppieto, Piano di Salviano, Montecchio e Baschi. Da Salviano provengono iscrizioni dedicate a Marte e Silvano, che confermano l’importanza e il prevalente interesse per l’agricoltura e l’allevamentoI.
A Scoppieto è stata scavata nell’ultimo decennio, dalla prof. M. Bergamini, una fabbrica di ceramica sigillata, l’officina del vasaio Zosimus  il cui proprietario è stato riconosciuto in un produttore aretino che ha scelto queste alture come sede della sua “succursale”.
La scelta sarà stata sicuramente dettata da esigenze di reperibilità di acqua, ma anche (e forse soprattutto), dalla facile immissione di questi prodotti nei fiorenti mercati romani attraverso il Tevere.
Strettamente connesso a Scoppieto è il sito di Pagliano, il porto fluviale legato a Orvieto (Volsinii), testimoniando lo scambio commerciale tra queste aree in funzione dei rapporti commerciali con Roma. Pagliano, situato alla confluenza di due fiumi, si fregia di essere una delle testimonianze archeologiche più significative della media valle del Tevere.
Utilizzato da Roma come collegamento con l’interno, portava all’Urbe i prodotti della campagna, olio, vino, grano, ma anche le ceramiche aretine e il legname.
La sua frequentazione dovette probabilmente iniziare già in epoca etrusca, ma il massimo dello sfruttamento si ebbe tra il I secolo a.C. e il IV d.C.
I primi scavi di cui si ha notizia certa vennero realizzati a partire dal dicembre 1889 fino al novembre 1890, ed i risultati vennero riassunti in dodici rapporti.
Lo scavo, condotto con metodi poco sistematici, individuò settanta ambienti, di cui soltanto ventotto vennero scavati e descritti nei rapporti di scavo che il Mancini fece pervenire alla Soprintendenza all’Arte Antica d’EtruriaII, in seguito pubblicati nel bollettino Notizie degli Scavi di Antichità dell’Accademia dei Lincei.Nei resoconti, spesso talmente scrupolosi da risultare pedanti, tra materiali di diversa natura il dato più significativo è quello del ritrovamento di oltre 2500 monete collocabili fra la seconda metà del I sec. a.C., e il periodo post-costantiniano e una cospicua presenza di ceramica sigillata con bolli.
Le costruzioni, parte in opus reticulatum e parte in opus incertum, fanno supporre la realizzazione di diversi restauri, riutilizzi ed ampliamenti in varie epoche, finché la sopravvivenza del sito venne compromessa da incendi e depredazioni attestati in diversi punti. Il Mancini diede una sua interpretazione sulla funzione degli edifici, ipotizzandovi una struttura termale sulla base di una serie di condutture rinvenute; ma già poco tempo dopo dovette perdere le sue certezze se in un convegno organizzato dall’Accademia “la Nuova Fenice” si limitò a parlare delle strutture come “probabilmente destinati a terme”III.
Varie furono in realtà, le teorie espresse dagli studiosi sulla funzione delle strutture individuate: impianto termale, mansio per viandanti, villa imperiale, fino a giungere definitivamente all’attestazione di porto fluviale. In seguito, ricerche semiclandestine furono condotte da Amilcare Manassei, fattore della Banca Romana, ed ebbero il solo scopo di arricchire l’arredamento della sua tenuta di Orvieto.
A partire dal 2000 poi, la Soprintendenza ha riscoperto il sito di Pagliano, portando avanti una serie di ricognizioni e di campagne di scavo condotte senza soluzione di continuità fino ad oggi.
I risultati di queste campagne sono stati presentati ad Orvieto il 28 gennaio. Il dott. Bruschetti a nome della Soprintendenza par i Beni Archeologici dell’Umbria, annuncia fieramente che gli ultimi scavi effettuati, portati a termine con estremo rigore scientifico e con l’uso di ausiliari mezzi tecnici di rilevamentoIV, hanno permesso di individuare diverse tipologie di ambienti di cui alcuni per la lavorazione e lo stoccaggio del granoaltri adatti alla la fusione dei metalli, altri ancora con funzioni residenziali per gli artigiani che vi operavano.
E’ da ipotizzare inoltre la presenza di horrea (magazzini per la conservazione delle merci lavorate). A partire dal 2008 è stata proposta alla Soprintendenza una collaborazione da parte di una società privata, l’Acquatecno di Roma, specializzata nella progettazione e recupero di strutture portuali, che per celebrare i venti anni della sua attività ha finanziato una parte di interventi di scavo, svolti da Intrageo, impresa archeolgica di Todi e tuttora in corso.
Le ricerche si concentravano soprattutto su tre differenti campi di interesse: verificare  l’esistenza di una struttura scoperta da Riccardo Mancini negli scavi del 1882, non più visibile, analizzare la possibilità dell’esistenza di strutture archeologiche nelle aree non indagate dallo studioso e possibilmente non compromesse dai lavori della vicina autostrada A1 che proprio sopra i ruderi aveva impiantato un suo cantiere, ed infine, iniziare una prima serie di accertamenti di carattere geo-archeologico presso strutture contigue al vecchio percorso del Tevere, per comprendere i livelli di deposito di riempimento del bacino portuale.
Le aspettative non sono state deluse e i saggi effettuati hanno fornito informazioni inedite riguardo l’estensione del sito, confermato l’attendibilità della pianta del 1882 redatta dall’ Ing. Riccardo Mancini e messo in luce alcune nuove struttura archeologiche.
Ma l’attenzione della Soprintendenza, del Comune e degli Enti Pubblici e Privati che gravitano attorno a Pagliano si concentra soprattutto sul futuro di questo sito: nuove prospettive di ricerca, di restauro, di valorizzazione e di inquadramento dell’area nell’ampio settore del Parco Archeologico Ambientale del territorio orvietano (PAAO) per una maggiore fruizione strorico-naturalistica.
La continuità del progetto di indagine aprirebbe le porte anche allo studio dell’evoluzione geologica e paleogeografica dell’area, permetterebbe di fornire ipotesi relative alla forma e alle dimensioni del porto, al sistema di approvvigionamento, di distribuzione, di conservazione e di smaltimento delle acque all’interno del sito archeologico. Una completa conoscenza poi dei traffici si avrà poi solo con lo studio approfondito (che includa anche l’aspetto toponomastico) della presenza di opere murarie e strade lungo le sponde dei fiumi Tevere e Paglia, possibili riferimenti a resti di ponti e accessi al porto. Tali infrastrutture potrebbero indicare  la relazione degli accessi, con i diversi assi viari che vanno verso i centri di produzione limitrofi ed i maggiori centri urbani quali Orvieto e Todi.
 
note:1 Silvano era l’antico dio latino dei boschi, dei campi e degli armenti, invocato apotropaicamente per la buona riuscita del raccolto. Era raffigurato con una foglia di vite che lo cingeva ed è spesso avvicinato ad Ercole. Per conferma, da Pagliano proviene una base con iscrizione dedicatoria ad Ercole (CIL XI, 2687
2 B. KLAKOWICZ, Il contado orvietano I. Pagliano ed i terreni ad est. Collana Topografia e storia delle ricerche archeologiche in Orvieto e nel suo contado. Roma, 1977, pp. 5-37.
3 Gamurrini che ebbe a studiare un’iscrizione cristiana proveniente da Pagliano, pronunciò giudizi amari sul lavoro di Mancini, che ritenne frettoloso e basato su scarsi elementi reali. Gamurrini propose  inoltre di identificare nelle strutture una mansio per il fatto che lì transitava la strada proveniente da Ferentium per Tuder. 
4 Bollettino dell’Accademia “La Nuova Fenice” n. 4, pp. 19-20, Orvieto, 1892.
5 Si tratta di analisi geomagnetiche e geofisiche per le quali la Soprintendenza ha coinvolto il Centro di Eccellenza S.M.A.Art. dell’Università di Perugia, svolte dal dott. T. Mattioli sotto la direzione del prof. M. Gualtieri
 

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