Un romanzo storico scritto a Marsciano ma ambientato nell’antico Egitto del faraone Thutmosis III, che racconta la storia di un umile schiavo che emerge dalla propria condizione andando a ricoprire importanti incarichi tra i quali quello della progettazione del tempio di Deir el-Bahari. Questa l’ultima produzione letteraria di Stefano Morosi, scrittore marscianese, alla quinta pubblicazione ("La stella di Cecanibbio", "Per un figlio", "Il magico Natale", "La Gallina dai pulcini d’oro").
Il libro “Senmut, l’audace architetto” (Guerra Edizioni, 10 euro), presentato di recente presso la Sala della Partecipazione della Provincia di Perugia, è il frutto di un lavoro di ricerca durato due anni, oltre che della passione dello scrittore per l’Egitto trasmessagli fin dall’infanzia dallo zio Dante, instancabile narratore di storie di faraoni al quale il volume è dedicato.
La frase di Lamartine “Ammiriamo il mondo attraverso ciò che amiamo”, riportata nella prefazione curata dal critico letterario Giovanni Zavarella, descrive alla perfezione lo spirito con cui l’autore ha percorso questo viaggio indietro nel tempo, riportando fatti storici senza sottrarsi alla immaginazione di “un uomo che sa cogliere la fortuna e renderla funzionale alle sue speranze”.
Lo schiavo Senmut, che inizia il suo percorso di vita spingendo un asino attraverso la Città dei Morti verso il porto Per-Usir, arriva al cospetto del Gran Sacerdote Mekari tramite il quale ha l’opportunità di istruirsi e affrancarsi dalla propria umile condizione. Sullo sfondo di una vita contraddistinta da “intrighi di corti e sacerdoti, di complotti e inganni, congiure e violenze, di amori e tradimenti”, l’architetto Senmut arriva al cospetto della prima regina d’Egitto Hatsheput, che gli commissiona la progettazione di un grande tempio in cui sia raffigurata come Faraone, con le sembianze di Osiride. Tra i due nasce un amore inizialmente clandestino che in seguito, anche con l’aiuto della nutrice della regina Sat-ra, diventa pubblico per una volontà del Morosi di “rivendicare il diritto ad una sorta di libertà d’amore”.
Le 181 pagine coinvolgono in una lettura scorrevole e appassionante, per concludersi con una frase che racchiude il senso della storia dello schiavo divenuto architetto: “Il destino a volte è beffardo, innalza gli umili ma può anche annientare i potenti”.
- Redazione
- 31 Ottobre 2010








