Si sopravvive fino a cinquanta secondi dopo che un colpo al petto ti ha devastato l’aorta penetrando per 8 centimetri. In cinquanta secondi puoi attraversare un piccolo corridoio, aprire una porta, dire “guarda che mi hanno fatto”, chiudere gli occhi, cadere, morire sul pavimento. Sono le ultime sequenze di un omicidio irrisolto da trenta anni: l’assassinio di Mara Calisti, Todi, via Cortesi, 131, 15 luglio 1993. Le indagini, che cosa hanno potuto fare allora gli inquirenti e cosa avrebbero potuto fare oggi (pensate a Garlasco), i personaggi, i sentimenti, la città, le mille voci inconsistenti, i pochi ricordi di una vita spezzata e scivolata nell’oblio, l’Italia di quel tempo, la società impaurita.
C’è tutto questo nel libro di Alvaro Fiorucci “L’alfabeto del sangue” di prossima uscita per Morlacchi Editore. Nel testo dunque la ricostruzione dei fatti attraverso gli atti investigativi alcuni mai integralmente pubblicati, alcune toccanti testimonianze raccolte di recente , tra le quale quella della sorella Rita e della giornalista Valentina Parasecolo, ai tempi una bambina. Quindi le opinioni dalla criminologa Roberta Catania, l’esperto di analisi della scena del crimine Pietro Battista. Sono gli sviluppi dei mezzi e delle tecniche che le indagini scientifiche hanno avuto negli anni a completare l’analisi di un cold case di difficile interpretazione.
Un’inchiesta archiviata due volte, l’unico ritenuto indiziabile, ma soltanto per l’esclusione di piste alternative, ripetutamente scagionato, indagini senza esito su altre tre persone, l’arma del delitto che è scomparsa, il movente che non è stato individuato, la scena del crime isolata con grande ritardo. È un modo di dire “ecco questo è un mistero della camera chiusa”. In genere si usa quando gli investigatori si imbattono in un delitto commesso in una stanza con tutti i possibili ingressi bloccati dall’interno e con dentro solo il corpo della vittima : non una traccia dell’assassino e nemmeno un indizio per immaginare il come della sua entrata e uscita dalla scena del crimine portandosi dietro l’arma con cui ha colpito.
Qualcosa di simile – ma con una diversità sostanziale – l’omicidio di Mara Calisti Mara Calisti, 38 anni, liceo scientifico, giurisprudenza interrotta, lavoro precario, politica, volontariato, escursionismo. Il profilo piatto di una giovane per bene. L’interesse investigativo si concentra con grande cura sulle macchie di sangue lungo il corridoio. Tracce significative di natura diversa non vengono trovate. La soluzione è la più facile ed è a portata di mano con tutta la sua cupa banalità. E la fornisce l’unica, rilevante, difformità rispetto ai canoni del mistero della camera chiusa: la ragazza non era sola in quell’abitazione impetrabile dall’esterno per la porta ben chiusa e con le finestre impossibili da scalare.
In un’altra stanza dormiva il padre Mario 72 anni che – racconta – se l’è vista arrivare morente e dire “guarda papà che mi hanno fatto”. Tocca a lui l’attenzione insistita, sfibrante, intrinsecamente cattiva, riservata ai sospettati. Tocca a lui piangere una figlia uccisa e tra le lacrime spiegare mille volte la sua innocenza. Anche perché una dopo l’altra vengono abbandonate le piste sulle quali c’era chi , al contrario, voleva restare pur in assenza di risultati: le lettere anonime che invitavano a illuminare certe amicizie all’Università della Terza età, la frequentazione di una ragazza bionda scomparsa nel nulla e che non è stata mai identificata.
Passano tre anni e l’anziano è indagato per omicidio. Un diverbio e poi la rabbiosa coltellata: per l’accusa pare sia andata così. Ma dopo alcuni mesi la marcia indietro: non è lui l’assassino, non ci sono prove e chiede, ottenendolo, il proscioglimento dell’uomo. Ancora sette anni e un altro piemmme, che fatta riesaminare la distribuzione delle macchie di sangue lungo il corridoio, punta di nuovo su Mario Calisti e lo vuole a giudizio. Ma un altro giudice dice di nuovo no: non ci sono riscontri, non c’è il movente, non c’è l’arma del delitto. Ci sono invece indagini con diverse lacune e piste abbandonate troppo in fretta. Al dunque: non c’è materia per un processo. Nelle sue carte il giudice spiega che probabilmente è stata Mara ad aprire: forse un conoscente, forse un ladro, sicuramente qualcuno che poi ha oltrepassato la porta.
Dopo il colpo mortale l’assassino è fuggito per una via che il giudice trova e descrive nel dettaglio e che si ritrova nel libro di Alvaro Fiorucci, “L’alfabeto del sangue”, perché il sangue alcune parole le scrive, ma non sono quelle della soluzione. Da trentadue anni l’assassino di Todi è senza volto e senza nome.












