Una nuova esposizione promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Foligno è in arrivo a Foligno, presso l’ex Chiesa della SS. Trinità in Annunziata: si tratta di un’iniziativa che indaga il rapporto tra memoria, potere e rappresentazione, interrogando i meccanismi attraverso cui i regimi politici costruiscono e riproducono un immaginario collettivo del passato. La mostra Interregnum dell’artista Adrian Paci inaugura il 16 febbraio e sarà visitabile fino al 16 aprile 2026. Il progetto espositivo sarà accompagnato da un dialogo tra l’artista e Italo Tomassoni, che attraverserà un ampio corpus di lavori realizzati da Paci. La mostra si concentra in particolare su un’opera video del 2017, fulcro del percorso. Attraverso un montaggio di materiali d’archivio e filmati televisivi ufficiali provenienti da diversi paesi e periodi storici – tra cui Albania, Cina, Corea del Nord, Unione Sovietica e Jugoslavia –, Adrian Paci compone una scenografia transnazionale e trans-storica del lutto, centrata sulle cerimonie funebri dei leader comunisti del Novecento.
Nato a Scutari (Albania) nel 1969, Adrian Paci ha vissuto in prima persona le trasformazioni politiche e sociali seguite alla morte di Enver Hoxha e al collasso del regime comunista albanese. Interregnum si inserisce in questa traiettoria biografica e storica, superando tuttavia la dimensione nazionale per affrontare una riflessione più ampia sui dispositivi della memoria collettiva e sul ruolo dei media nella loro costruzione.
L’opera elimina ogni riferimento diretto ai leader defunti. Bare, corpi e simboli del potere sono assenti, lasciando emergere un unico protagonista: il popolo. Le immagini – risalenti al periodo compreso tra gli anni Venti e gli anni Ottanta –, che attestano le manifestazioni di lutto nazionale alla morte dei capi di stato comunisti che rappresentarono la fine di un’epoca, restituiscono una coralità emotiva fatta di gesti ripetuti e posture codificate, che rivelano la tensione tra esperienza individuale e messa in scena collettiva.
“Interregnum” mette in luce l’uso politico della memoria e il ruolo della tecnica nella selezione, conservazione e trasmissione del passato” come evidenzia Richard Bikett nel suo saggio. Il lavoro dialoga con il pensiero di Antonio Gramsci e Bernard Stiegler, evocando l’“interregno” come uno spazio di sospensione e crisi, in cui il vecchio ordine muore senza che il nuovo sia ancora nato, e in cui la memoria diventa un terreno di confronto tra controllo e possibilità di trasformazione.
Scrive Italo Tomassoni in catalogo: “Dietro a quei reperti liturgici spinge infatti una energia primordiale e trasfigurante che dà senso alla vita. Questa energia è la memoria. Che non agisce come replica o nostalgia, ma problematizza i giacimenti dell’archeologia individuale del sapere fino a toccare la circolarità di una cosmologia totale che progetta, oltre la contingenza e sulle rovine degli anni e dei mondi, la storia collettiva di un futuro che fa tesoro di ciò che ricorda. Così questa mostra induce ad esperire un tempo e uno spazio diacronici, attivati all’interno di un intertesto figurale che, più che creare una realtà alternativa al Reale, si propone di fermare, attraverso l’arte, il tempo del mondo. Si tratta della metafora teorica di una weltaschauung superiore che funziona come dispositivo propedeutico alla più vasta ricerca che Adrian Paci svilupperà ben oltre i temi e i confini di “Interregnum” ”.
Attraverso la sottrazione delle voci e la compressione sonora in un brusio indistinto, Paci accentua la dimensione performativa del lutto e trasforma i corpi in veicoli della memoria collettiva, rivelando come quest’ultima possa essere al tempo stesso esperienza condivisa e strumento di potere.
La produzione di Interregnum espone la posta in gioco nell’attuale interregno globale, dove l’ascesa dei nazionalismi populisti e la portata sempre più ampia del capitalismo cognitivo riaffermano la dislocazione e la manipolazione della memoria esternalizzata in linguaggio, simboli, oggetti tecnici e passati fittizi. Nella sua forma e nell’individuazione di un attaccamento non mediato nella messa in scena della memoria, Interregnum ambisce a ricostruire “i circuiti di trans-individuazione” necessari a una formazione comunitaria significativa.
In questo senso, l’opera non si configura come una semplice riflessione storica sui totalitarismi del Novecento, ma è una finestra vitale per comprendere in modo più ampio la memoria nella società industriale, sia sotto l’ideologia socialista che capitalista, e all’interno della società digitale contemporanea. Per questo l’opera risulta profondamente attuale, capace di interrogare la società contemporanea e i suoi processi di produzione simbolica.









