C’è un apparentamento antico fra il vino e la ceramica.
Risale, secondo la mitologia greca, alle stesse origini della ceramica inventata dell’ ateniese Kéramos, figlio di Arianna e di Dioniso, dio del vino e dell’estasi.
L’ apparentamento fu duraturo e anche di convenienza.
Il bon ton dell’antichità voleva, infatti, che nei convivi il vino fosse servito in una kylix di ceramica. Una coppa a due manici orizzontali, dal calice largo e poco profondo, poggiato su un alto stelo.
Le più raffinate erano decorate anche sul fondo del calice, così che una scena erotica o mitologica si potesse rivelare al termine della libagione.
I migliori artisti le firmavano, come usava, anche all’epoca, per le opere d’arte importanti. Lo si vede, ad esempio, in una kylix nel Museo di Stato di Berlino che porta l’iscrizione “Ergotimos fece e Kleitias dipinse”.
Non solo per bere, nei convivi le coppe servivano anche a un gioco di destrezza, il kottabos, dove le ultime gocce di vino si lanciavano da una kylix a un’altra.
La vittoria di un bacio dalla persona amata andava a chi riusciva nel lancio senza sprecare una sola goccia.
Più avanti cambiò la moda.
In epoca ellenistica il vino si versava nel kantharos, una coppa dal corpo profondo con alti manici a nastro. Si beveva di più e la mitologia vuole che il kantharos di Dioniso fosse sempre pieno.
Vaghe antenate del ballon e della coppa da spumante, poco resta nel modo attuale delle coppe di ceramica e dell’antica alleanza.
La civiltà moderna e lo sviluppo industriale hanno separato definitivamente le arti del vino e della ceramica che hanno proseguito per strade diverse.
Ma una certa similitudine rimane.
In entrambe è decisivo l’apporto della creatività umana, non riducibile a procedure meccaniche e industriali se non al prezzo di sottrarre valore al prodotto.
Mal si applicano i principi di razionalizzazione industriale in grande serie per inseguire economie di scala che, anche fossero nella sola confezione del prodotto, lo impoveriscono inevitabilmente.
Pure igienico e razionale, il vino in tetrapack non riuscirà a convincere i sommelliers e nemmeno gli appassionati di ceramica saranno entusiasti delle decorazioni in decalcomania.
Ma il problema è ancora più complesso e nella moderna produzione di beni vi sono pochi casi simili.
Non basta che siano “fatti a mano” ché di per sé non è garanzia di qualità, né enologica nel primo caso e né artistica nel secondo, ci vuole che siano fatti “a regola d’arte”.
Che cosa dunque le specializza? Innanzitutto il legame con il territorio che, nel caso del vino, comporta la certificazione d’origine e una codificazione del processo produttivo che esiti in un prodotto riconoscibile ed identificabile, ma non necessariamente immutabile.
Non tutte le annate sono identiche e non tutti i Sagrantino sono identici.
E’ così anche per la ceramica che ha sedimentato nell’evoluzione storica tecniche e stili tipici, ma che non nega spazio a innovazione e creatività.
Tuttavia, mentre non vi è produttore di vino che rinunci alla denominazione di origine, meglio ancora se condizionata da regole selettive, la maggior parte dei produttori di ceramica snobba la certificazione di legge (la 188/90) dei propri manufatti.
Sarebbe più che ovvio, poi, che il legame con il territorio sia interpretato alla lettera, cioè con la terra e non solo nell’accezione commerciale moderna di nomenclatura geografica, poiché il vino viene dall’arte di coltivare la terra e la ceramica è fatta di terra.
Invece i produttori di ceramica artistica si trovano più nei capannoni delle zone industriali che nei castelli o nei borghi dei nostri centri di tradizione, mentre i produttori di vino fanno a gara per sistemare le loro cantine in casolari o ville padronali di campagna.
Obiettivamente i produttori di ceramica artistica sembrano ostinati o mal consigliati, o tutte due le cose insieme e, benché abbiano sotto casa l’esempio delle cantine umbre e nazionali, cui dopo i disastri degli anni settanta si deve la ripresa del vino italiano, non riescono a profittarne.
Ma qualche segnale di cambiamento si intravvede. In qualche caso virtuoso le strade del vino e della ceramica sembrano incontrarsi di nuovo.
Il caso più recente viene dalla manifestazione Cantine Aperte del 27 maggio scorso.
Tra quelle cantine che ne hanno fatto un evento artistico oltreché enologico, si segnala la Terre Margaritelli di Miralduolo che ha unito ai suoi migliori vini, l’ottimo Greco di Renabianca e l’originale Malot, le ceramiche raku di Carla Medici.
Artista di formazione accademica, da qualche tempo ha sviluppato una propria ricerca estetico-filosofica sugli elementi primordiali, sull’origine e il senso dell’esistenza che esprime attraverso gli effetti materici della ceramica raku.
Con un’originale soluzione Carla le rende in piccole mattonelle montate su quadri di tela bianca.
La ceramica raku era stata già ospite alla scorsa edizione di Cantine aperte della cantina Peppucci di Petroro che aveva esposto, con il patrocinio della galleria Ab Ovo di Todi, le opere dell’artista Rita Miranda.
Quel caso va ricordato per la rara concentrazione di eccellenze accomunate dalla costante ricerca di qualità.
La galleria aperta a Todi dal 2007 da Leonardo Persico e Jacqueline Ryan è una delle poche specializzate in produzioni d’arte applicata, in genere pezzi unici o in bassa tiratura di gioielli, accessori, vasi e sculture in ceramica, mentre l’Alter Ego 2007 dell’avvocato Piero Peppucci era stato appena premiato tra i rossi più pregiati al “Decanter World Wine Award” e, infine, Rita Miranda contemporaneamente esponeva nella edizione regionale della Biennale di Venezia.
Le tecniche della ceramica raku, che le due ceramiste trattano con diverse sensibilità e soluzioni, furono messe a punto in Giappone nel 1580 dal maestro vasaio Chijiro che, con una speciale cottura in un forno a fiamma viva, ottenne insolite metallizzazioni e iridescenze per le sue tazze da cerimonia del the.
Ad importarla in Europa ci pensò Bernard Leach verso gli anni Trenta del secolo scorso e, da allora, divenne parte del repertorio della moderna ceramica d’arte occidentale.
Più recente la sua diffusione in Italia dove, introdotta dalle sperimentazioni e dalla divulgazione di Nino Caruso, oggi conta un buon numero di artisti.
Dai procedimenti di ossidazione e deossidazione provocati in cottura, Miranda ottiene superfici di un nero intenso che contrastano con elementi dorati o verdi acidi che sopravvivono al fuoco vivo della cottura, ma le varianti sono praticamente infinite, come nel caso delle metallizzazioni di Carla Medici.
Analoghe sofisticazioni basate sulla deossidazione in cottura stanno alla base del lustro, antica tecnica mediorientale giunta a Deruta e Gubbio verso la metà del Quattrocento dai centri ispanomoreschi.
Una sua moderna reinterpretazione è stata ospite della cantina Roccafiore a Chioano di Todi, con l’esposizione dell’artista derutese Attilio Quintili che lustra le sue tavole a iridescenze d’oro e d’argento cangianti a simboleggiare il caos della vita, in contrasto con l’ordine razionale rappresentato da una sfera candida.
Diverse le personalità e i percorsi artistici, in cui tuttavia si avverte un’ansia comune nel voler sfuggire agli stereotipi della tradizione ceramica umbra fortemente legata alle forme utilitarie e alle elaborate decorazioni rinascimentali e post.
Ma è proprio il rivolgersi ad altro che marca la distanza dagli usi e costumi del vino. Difficile ritrovarvi l’antico filo comune che legava ceramica e vino.
Per trovare una diversa interpretazione dell’attualità ceramica legata al vino bisogna guardare Marino Moretti.
Artista e ceramista a tutto tondo si è consumato a sperimentare terracotta, bucchero, ingobbio, maiolica, grès e porcellane su cui applicare smalti, ossidi e vetrine nel suo laboratorio-castello di Viceno.
Al vino ha dedicato l’invenzione di boccali nelle mostre “La forma del vino” curate dal ceramologo Alberto Satolli tra il 2005 e il 2006; quella delle bottiglie per lo Svinnere, un ricercato vino rosso d’Orvieto di uva e visciole.
Tra le migliori sintesi della produzione di Moretti, da ultimo, i grandi versatori-scultura esposti a Gubbio nel giorni dei Ceri per la manifestazione Brocche d’autore curata da Ettore Sannipoli, altro esponente della comunità ceramologica umbra.
Rivisitazione delle brocche dei ceraioli fa il paio con le Vaselle d’autore per il vino novello che annualmente si tiene a Torgiano a cura di Nino Caruso.
Proprio a Torgiano, oltre trent’anni fa, il Museo del Vino della Cantina Lungarotti dove si trova una delle migliori raccolte di ceramica da vino umbra e non, ospitò l’esposizione “coppe amatorie”, un’idea di Mario Lispi ed Edgardo Abbozzo, dedicata a ceramiche da vino interpretate da artisti contemporanei.
Anche allora il tentativo era quello di un nuovo incontro, mai avvenuto, tra il vino e la ceramica le cui strade, tuttavia, continuano ad avvicinarsi sia pure lentamente percorrendo le strade dell’Umbria









