Casartigiani, CNA, Confartigianato, Confcommercio, Confesercenti dettano la loro agenda delle priorità al prossimo governo e per la prossima legislatura
dettato
In tempo di crisi, l’intera società si comporta come le formiche in un formicaio invaso da un estraneo.
Chi corre di là, chi corre di qua, magari urtandosi l’un con l’altra e nessuna che si oppone all’estraneo.
Si strilla e si piange per le conseguenze della crisi, ma nessuno che si avventuri ad individuarne le cause che stanno cambiando non solo l’Umbria, non solo l’Italia, ma l’intera Europa e parti importanti del mondo.

Dal mondo politico vengono rassicurazioni sul superamento, tra sei mesi, poi tra un anno, poi tra due, della crisi ma pochi sono ormai quelli che ci credono e sono le stesse istituzioni a dire che, a crisi passata (per chi?) l’occupazione lavorativa non farà un passo avanti.
E’ dunque da chiedersi se sia il sistema ad essere in una crisi irreversibile.

Un sistema che si caratterizza per il super potere di una finanza che guadagna facilmente ( quando perde viene aiutata) e viene graziata dai sistemi fiscali ( in Italia dal 1° gennaio 2012 è stata fissata un’unica aliquota del 20% per quasi tutti i redditi da investimento finanziario, sia che si tratti di risparmi di una famiglia o del bottino di attività speculative o di super guadagni) Una tassazione per guadagni facili, nel senso che non costano fatica e spese, per investimenti che rimangono nel campo finanziario e non nell’economia reale, e che è minore di quella che deve subire chi vuole fare impresa e pure di quella che subisce il capitale immobiliare, che pur ha il merito di mettere in moto varie attività per la manutenzione e la conservazione.
Una tassazione inferiore a quella che deve subire chi impegna tempo e fatica per portare a casa un salario o stipendio.

Forse se i guadagni, al di sopra di un franchigia da tutelare dall’inflazione, fossero tassati proporzionalmente alla fatica ed alle spese che si fa per ottenerli, le risorse in giro per il mondo tornerebbero ad investirsi in beni reali.
Ma il problema è appunto il mondo, il sistema è così diffuso e ramificato nei governi che non si sa da dove cominciare ed allora ognuno ha la sua ricetta come gli artigiani e commercianti umbri che intendono dettare ai candidati alle prossime elezioni e alle istituzioni l’agenda delle loro priorità

Vogliamo denunciare la drammatica situazione delle imprese del commercio e dell’artigianato.
Allo stesso tempo vogliamo dettare la nostra agenda delle priorità al prossimo governo e per la prossima legislatura. Questa nostra iniziativa, di protesta e di proposta, si inserisce nell’ambito della Mobilitazione nazionale organizzata da Rete Imprese Italia – il soggetto di rappresentanza unitario del mondo delle piccole e medie imprese e dell’impresa diffusa promosso dalle cinque maggiori organizzazioni dell’artigianato, del commercio, dei servizi e del turismo (Casartigiani, CNA, Confartigianato, Confcommercio, Confesercenti) ed è una iniziativa storica, che non ha precedenti, per la trasversalità dei settori coinvolti, per il coinvolgimento di tutto il territorio nazionale”, dice Giorgio Mencaroni, presidente Confcommercio della provincia di Perugia, aprendo la conferenza stampa indetta da CNA, Confartigianato, Casartigiani, Confcommercio, Confesercenti.

Per esercitare nei confronti della politica e delle istituzioni un pressing più duraturo ed incisivo, in Umbria la scelta è stata quella di promuovere eventi distribuiti nelle prossime settimane a cura delle diverse associazioni.

“Oggi e con i successivi eventi – aggiunge Giorgio Mencaroni – le imprese chiedono maggiore ascolto alla politica e alle istituzioni.  La priorità è rimettere in modo la crescita e lo sviluppo, conciliare le ragioni del rigore con quelle della crescita, dello sviluppo e della coesione sociale.

La recessione picchia duro; cresce la disoccupazione.  In Umbria il tasso di disoccupazione è passato dal 4,6 del 2007 al 6,5 del 2011, con la provincia di Perugia che segna addirittura il 7,2%.
I consumi sono in caduta libera e in Umbria ancora di più.  Alla flessione già registrata del periodo 2008 – 2011 del 2% (contro il – 0,7% della media nazionale) si è aggiunto un ulteriore calo del 4,9% (superiore al –4,4% della media nazionale) nel 2012.
Al di là delle variazioni percentuali, l’Umbria segna già un divario rispetto alle altre regioni: fatto pari a cento il livello dei consumi in Italia, il dato umbro si ferma a 93, di molto inferiore al 106,9 della media del Centro Italia.
Abbiamo dovuto registrare la chiusura di tante, troppe imprese. 
Nel periodo da gennaio a settembre 2012, (saldo della nati – mortalità delle imprese) l’Umbria ha perso 335 imprese del commercio (di cui 211 del dettaglio), 79 nel settore dei servizi di alloggio e ristorazione, 242 in altri servizi tra cui quelli di supporto alle imprese, 122 attività manifatturiere, 194 nelle costruzioni.

Ai candidati alle prossime elezioni diremo quali sono i nodi da affrontare e risolvere: il difficilissimo accesso al credito e i problemi del lavoro, le carenze del sistema infrastrutturale e i vincoli della burocrazia, un sistema fiscale barocco che deve essere semplificato.
Quella fiscale è una delle grandi riforme incompiute, strettamente legata a quella spending review, anch’essa incompiuta, che ha portato i tagli senza la maggiore efficienza e l’eliminazione degli sprechi, con la conseguenza di accrescere ulteriormente la pressione fiscale, in una spirale che rischia di travolgere il sistema delle imprese.
Una riforma fiscale che riduca la pressione su imprese e famiglie è condizione imprescindibile per la ripresa.
 
Il nuovo governo e il nuovo parlamento devono rivedere scelte importantissime in materia di Iva  (azzerando il già previsto aumento dell’aliquota ordinaria dal mese di luglio), ma anche di Imu (si dovrebbe dimezzare l’aliquota per gli immobili strumentali all’attività di impresa, rispetto all’aliquota base, e applicare un’aliquota ridotta al 4 per mille per tre anni alle piccole e medie imprese di nuova costituzione, per i locali delle imprese ubicate nei centri storici).
Sui temi dell’Imu, della Tares (un altro tributo che rischia di abbattersi con estrema pesantezza sulle imprese), sull’imposta di soggiorno, siamo stati costretti ad aprire un confronto serrato con le amministrazioni comunali, perché ne limitassero il peso sulle imprese”.


“Stop al fisco oppressivo”, aggiunge Francesco Filippetti, segretario di Confesercenti Umbria. “Attraverso riduzioni vere di spesa bisogna abbattere la pressione fiscale, ridurre l’Irpef sulle famiglie e le imprese.
La questione della spesa e delle entrate deve essere il centro di una nuova politica della crescita.
Da un’analisi delle manovre di finanza pubblica succedutesi nel nostro paese dalla fine del 2000, emergono oltre 103 miliardi di aumenti netti d’imposta fra il 2001 e il 2012.  un aumento di 3,4 punti (dal 41,3% del 2000 al 44,7% del 2002, arriverà al 45,3% nel 2013), che porta a quasi 5 punti il divario rispetto al resto d’Europa.
Da un anno all’altro, gli italiani avranno pagato 35 miliardi in più, per effetto delle tre manovre che si sono succedute da metà 2011. si tratta di 1.450 euro di aggravio per ciascuna famiglia. A cu si aggiungeranno altri 9 miliardi di euro in più: ulteriori 380 euro a carico di ciascuna famiglia italiana nel 2013.  
Il confronto internazionale ci colloca al terzo posto fra i 27 paesi dell’Unione Europea, con un distacco di ben 5 punti rispetto alla pressione fiscale media. Questo significa che se il nostro livello di prelievo fosse uguale a quello medio europeo, ogni famiglia italiana disporrebbe di un reddito aggiuntivo di 3.400 euro”.

Il presidente della Confartigianato Imprese Umbria Massimo Nocetti affronta il tema del credito. “Le piccole e medie imprese dell’artigianato e del commercio,  esprimono tutto la loro disapprovazione sulle politiche finora perseguite nel Credito nel contesto sia imprenditoriale sia famigliareNoi crediamo che occorre fin da subito riaprire i rubinetti del credito alle imprese ed alle famiglie, avviando una nuova stagione di fiducia.
Dare fiducia alle imprese ed alle famiglie per far ripartire i consumi vuol dire:
– continuare con la moratoria dei mutui e dei finanziamenti allargando l’orizzonte anche ad eventuali affidamenti a breve in scadenza;
– intervenire pesantemente per sbloccare tutti i crediti incagliati della P.A. contribuendo ad abbassare il tasso di interesse applicato dalle banche
– concedere nuove linee di credito per consolidare le passività ma anche per rilanciare gli investimenti materiali ed immateriali delle imprese, compresi le riorganizzazioni aziendali e gli start up non solo aziendale ma anche di prodotto, compreso le concessioni di linee di credito per favorire lo smobilizzo delle rimanenze di magazzino;
– aumentare il credito a breve concesso alle famiglie, proporzionandolo non solo alla capacità reddituale nel breve, ma anche dando fiducia in un periodo medio lungo ad eventuali rientri del credito concesso.

Per alcuni settori che risultano in caduta libera, come l’edilizia e di conseguenza l’arredo casa, l’abbigliamento o la meccanica, occorre prevedere un vero e proprio FONDO DEDICATO”.

“Se il problema della burocrazia – aggiunge il presidente Casartigiani Umbria Alvaro Giacometti – risultava preoccupante in una situazione apparentemente normale, diventa disastroso in un quadro drammatico che richiede con urgenza un forte cambiamento.
La burocrazia costa al sistema delle piccole e medie imprese 26,5 miliardi di euro all’anno.
Ogni piccola impresa deve farsi carico ogni anno di 6.000 euro di oneri impropri.

Il settore che incide maggiormente sui bilanci delle imprese artigiane e PMI è quello del lavoro (circa 7 miliardi di Euro), che insieme alla previdenza si arriva a circa 10 miliardi di euro l’anno.
La burocrazia per la sicurezza incide per un importo di circa 4,6 miliardi di euro all’anno.
L’area ambientale pesa sul sistema delle imprese per 3,4 miliardi di euro l’anno.
Il costo amministrativo per far fronte agli adempimenti in materia fiscale costano complessivamente 2,7 miliardi di Euro (da questo dato sono esclusi i costi per la tenuta delle contabilità).
Da poco più di un anno, anche in Umbria, con la legge sulla semplificazione amministrativa, si è tentato di dare una risposta in settori come l’edilizia, l’ambiente, l’energia e l’artigianato e commercio. Il breve periodo non ci consente di esprimere un giudizio compiuto.
Quello che però ci preme sottolineare è che certamente ad oggi non si avverte tangibilmente il cambiamento, forse anche perché quasi tutti gli interventi riguardano anche altri enti locali come i Comuni, le Province ed altri enti intermedi.
La nostra preoccupazione è che la cultura conservatrice presente nei vari enti ed organismi rischi di vanificare tutti i buoni propositi della legge”.


Sul tema del lavoro interviene il presidente di CNA Umbria Luigi Quaglia.
“Lavoro per l’artigianato e la piccola impresa vuol dire produrre sia per il mercato interno ma anche  per l’esportazione.  Per il manifatturiero infatti uno snodo centrale per il made in Italy che troppo spesso non è fatto che marginalmente nel nostro paese, penalizzando fortemente dunque i livelli occupazionali, anche perché queste lavorazioni sono ad alta intensità di mano d’opera.
Se non si torna a produrre in Italia, noi pensiamo che il secondo paese industriale d’Europa non avrà futuro.   A questo si accompagna il problema del costo del lavoro.
“Basta tasse sulla busta paga che aumentano  il costo del lavoro per l’impresa e abbattono  il potere d’acquisto del lavoratori!
E basta con i lacci e lacciuoli che impediscono la naturale osmosi nell’entrata e uscita dal mondo del lavoro, impedendo ai giovani e alle imprese di cavalcare tutte le opportunità di occupazione in un  mondo che sta totalmente cambiando rispetto a quello degli anni 70.
Bisogna favorire in ogni modo l’occupazione, ma cominciando da una riduzione degli oneri contributivi.
Apprendistato, accordi di solidarietà, defiscalizzazione delle buste paga per i nuovi assunti, ma anche un nuovo modello di welfare, con ammortizzatori sociali diversi di quelli attuali che stanno mostrando la corda in questo 2013.
Per noi, poi Riforma del Lavoro significa formazione a ruolo, non quella meramente scolastica, ma quel connubio tra pratica e teoria che permette davvero un facile ingresso in azienda, specialmente per le micro e piccole imprese, che hanno purtroppo l’imperativo di non “sbagliare” nemmeno un addetto, vista l’estrema ristrettezza dei margini attuali e la difficoltà indotta da un mercato ipercompetitivo in qualità e costi”.
 

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