La ThyssenKrupp è una multinazionale dell’acciaio, la cui produzione è dislocata in diversi paesi in Europa e nel mondo. La ThyssenKrupp a Terni produce acciai speciali. E’ un tipo di produzione d’avanguardia, altamente specializzata, perfettamente in linea con la tradizione delle storiche Acciaierie di Terni.
L’acciaio di Terni è più di un semplice prodotto industriale, è una sorta di artigianato industriale. Fare l’acciaio a Terni significa quasi saper fare un mestiere, e non essere un semplice operaio, un’anonima tappa della catena di montaggio.
Qualche hanno fa la ThyssenKrupp pensò di portare via gli acciai speciali da Terni. Fu una delle prime volte (comunque seconda alla volta in cui la Nestlè si mangiò la Perugina) in cui la piccola e ingenua Umbria capì come ragiona una multinazionale. La multinazionale è una cosa molto grossa, che parla una lingua incomprensibile e che se ne frega se la produzione di Terni va a gonfie vele, se è d’avanguardia, se fa parte di una lunghissima tradizione cittadina, se sfama un’intera comunità. La multinazionale da quell’orecchio non ci sente. Se gli acciai speciali si possono produrre con meno costi sul fondo dell’inferno perché lì l’energia è più facilmente reperibile, gli acciai speciali verranno prodotti sul fondo dell’inferno. Fine della contrattazione.
Quella volta però Terni ha resistito. Ha un cuore d’acciaio, Terni. Sarà quel monumento davanti alla stazione, sarà che la metà delle famiglie ternane può contare qualche membro che ha passato la vita ad abbronzarsi davanti ad un altoforno. La ThyssenKrupp è rimasta. Il problema però è che la Thyssenkrupp, questo gigante con gli occhiali a specchio come a specchio sono le vetrate dei suoi elegantissimi uffici, ha una certa familiarità con la morte.
Le Acciaierie di Terni, del resto, simpatizzano storicamente con la morte, se è vero che già tra il 1915 e il 1918 producevano i più grossi cannoni che c’erano in circolazione. Cannoni destinati alla Grande Guerra. Che generalmente viene ricordata come una carneficina senza precedenti, ma che in realtà è stata una vera e propria benedizione per l’economia. Mai più fatti affari come in quegli anni (se non forse tra il ’40 e il ’45).
La Thyssenkrupp comunque, come la gran parte delle multinazionali, ama danzare con la morte. Terni lo ha scoperto lo scorso agosto, quando Mauro Zannori, un operaio di 51 anni, è morto schiacciato da una lastra d’acciaio.
La Thyssenkrupp, che forse non conosce la storia ma sicuramente ha un fiuto infallibile per l’odore dei soldi, ha insediato degli impianti anche a Torino. Ma la Thyssenkrupp, noi la conosciamo, è bella e intrigante come una donna teutonica, e come una donna è volubile. Ti guarda negli occhi, ti strega, e poi se ne va. E proprio in questo periodo la Thyssenkrupp si sta preparando a lasciare Torino.
Da buona donna fatale, però, la Thyssenkrupp ha voluto regalare a Torino, prima di andarsene, un’ultima notte indimenticabile. Gli impianti spinti al massimo, olio bollente che pompa nei tubi. Poi il fuoco, le fiamme. Il fondo dell’inferno.
Quattro operai sono stati bruciati vivi. Peggio che nel più rovente girone dell’inferno. Uno è morto subito, Antonio Schiavone, trentasei anni. Ha lasciato una moglie e tre bambine. Era un pendolare, andava da Cuneo a Torino tutte le mattine: per lui l’inferno era anche fuori mano. Gli altri tre sono morti lentamente, a distanza di qualche ora l’uno dall’altro, inesorabilmente. Angelo Laurino, quarantatré anni. Roberto Scola, trentadue. E Bruno Santino, il più giovane, ventisei anni. E non è finita, perché ci sono ancora tre operai in pericolo di vita, con ustioni gravi su oltre il sessanta percento del corpo. La ThyssenKrupp prima di andarsene ha voluto fare un ultimo giro del suo walzer della morte.
Oggi bisogna gridare una cosa, bisognerebbe gridarla nelle piazze, nelle strade, ovunque ci sia qualcuno che possa sentirla e anche dove non può sentirci nessuno: gridare al vento e a noi stessi. Bisogna gridare che Antonio, Angelo, Roberto e Bruno non sono morti per un incidente. Sono stati uccisi, orrendamente uccisi, bruciati vivi, come nel Medioevo. Come all’inferno.
La ThyssenKrupp prima di lasciare gli stabilimenti di Torino voleva spremere fino all’ultima goccia i suoi materiali. Sia quelli meccanici che quelli umani. I macchinari, secondo le prime ricostruzioni, erano stati tirati al massimo, portati al limite delle loro potenzialità: e hanno ceduto.
Gli uomini che sono morti erano alla loro dodicesima ora di lavoro. Dodicesima ora: significa quattro ore in più di quelle che un operaio dovrebbe lavorare. Si chiamano straordinari, e sono facoltativi. Ma non per la ThyssenKrupp, questa donna bellissima e dispotica. Giuseppe, un sopravvissuto che si è licenziato appena in tempo, ha raccontato che chi si rifiutava di fare gli straordinari rischiava il posto. Quasi nessuno in queste ore ricorda che il recente accordo tra governo e sindacati sulle politiche del lavoro defiscalizza gli straordinari. Meno tasse per far lavorare la gente di più, fino a dodici ore, che è la metà esatta di una giornata. La ThyssenKrupp era autorizzata dalla politica a prendersi la metà della vita di queste persone. Già che c’era, se l’è prese tutte queste vite, tutte intere.
E poi c’erano gli estintori vuoti, i telefoni di sicurezza non funzionanti: abbastanza per un’accusa di omicidio plurimo che probabilmente non scatterà mai. E poi contro chi? La catena di comando, in questi mostri imprenditoriali, è troppo lunga, e si perde nel vuoto, in alto, dove occhi umani non riescono a guardare.
Mauro Zannori, a Terni, è stato ucciso. Antonio, Angelo, Roberto e Bruno sono stati uccisi. Sono stati uccisi da una donna avida e senza scrupoli. Ma, più a fondo, sono stati uccisi dall’organizzazione del lavoro, dalla logica del profitto che travolge tutto, dalla disumanità del mercato e delle sue regole. Lavorare il più possibile per produrre il più possibile per guadagnare il più possibile. E morire, disumanamente morire come un bullone che non tiene, come una pompa che esplode, come una leva che si spezza. Anzi, gli operai non muoiono, si rompono: come una cosa, come una parte qualunque dell’ingranaggio.
Bisogna avere il coraggio di ribellarsi. Bisogna avere il coraggio di dire che la mistica del lavoro (se non pensi tutto il giorno a lavorare sei un fannullone e meriti le tue sventure) è una cosa orribile, inventata dagli sfruttatori per giustificare le loro pratiche di sfruttamento. Bisogna avere il coraggio di dire che si deve lavorare meno, che si deve lavorare meglio, in posti più sicuri, più umani, in posti che non somiglino alle trincee della Grande Guerra. O al fondo dell’inferno.
Bisogna avere il coraggio di dire che si deve lavorare con lentezza, che si devono fare delle pause, che il nastro trasportare va bloccato, che le caldaie vanno spente ogni tanto, per parlare, per mangiare, per fare l’amore. Perché la ThyssenKrupp e tutte le signore come lei che fanno girare la testa ai nostri liberisti non hanno il diritto di prendersi la metà della vita di una persona, e qualche volta tutta la vita, in pochi secondi.
Non mi sembra ci sia all’orizzonte un decreto straordinario per la sicurezza. Questa sicurezza qui non scuote le viscere dei politici come la sicurezza contro i rumeni. Non mi sembra che siano pronti decreti di espulsione immediata per gli imprenditori assassini. Perché ormai l’idea diffusa è che il mercato non si combatte, si asseconda, al massimo si cerca di farlo ragionare, raramente. Ma il mercato è un uragano, è una belva feroce e carnivora, è una forza irragionevole. Non si scende a patti con un uragano, non si ragiona con una belva feroce.
Mentre intanto si continua a morire: dopo Torino, un operaio di 58 anni (ex età pensionabile) è stato schiacciato da un rimorchio nello stabilimento Fiat di Cassino. E in provincia di Avellino Giuseppe Mastrullo, 48 anni, è morto cadendo da un’impalcatura in un cantiere edile.
In questi giorni qualcuno sta tentando di disegnare un imbarazzato e imbarazzante arcobaleno. Dal fondo dell’inferno però non si vedono molti colori: solo il rosso del fuoco e il nero della notte che si ha davanti. Notte sempre uguale che non annuncia l’alba.









