Le malattie del cuore restano, anche in Umbria, al primo posto fra le cause di morte. Ed aumentano: cinque umbri su cento dichiarano all’Istat di avere una malattia cronica del cuore, dall’infarto alle aritmie. Nel 2001 erano quattro. Eppure le malattie più temute dagli umbri sono i tumori, anche se la loro mortalità è almeno otto volte inferiore.
In Umbria la prevalenza dell’infarto è dell’1,1% negli uomini e dello 0,5% nelle donne. Nel 2004 in Umbria, ultimi dati disponibili, le dimissioni ospedaliere per infarto miocardico acuto sono state 2.037 delle quali 1.348 hanno riguardato uomini e 689 donne.
La prevalenza dell’ictus, in Umbria, è dell’ 1,1% negli uomini e dello 0,5% nelle donne; quella dell’angina pectoris è del 3,4% negli uomini e del 4,2% nelle donne mentre quella della disfunzione ventricolare è del 3,1% negli uomini e dell’ 1,3% nelle donne.
Le dimissioni per insufficienza cardiaca in Umbria sono state, solo nel 2004, 3.068 delle quali 1.629 hanno riguardato uomini e 1.439 donne.
Ed è alto anche in Umbria il tasso di mortalità delle malattie del sistema circolatorio che nel 2002, ultimo dato disponibile, è stato pari a 508,2 ogni centomila abitanti contro la media nazionale di 415.
“La situazione non è certo tranquilla – ha detto il presidente SIC Francesco Fedele – quindi diventa pressante l’appello agli umbri di sottoporsi al “tagliando cuore” personalizzato. E’ un salvavita che, ormai, si impone viste le continue sollecitazioni negative alle quali è sottoposto il cuore di ognuno e non solo nelle grandi città, ma anche nei piccoli centri”.
Il “tagliando cuore” consiste nel rivolgersi al medico di base, che accerterà se ci sono stati in famiglia casi di infarto o ictus-situazione a rischio, valuterà la presenza di fattori di rischio come sovrappeso o fumo. Ed infine suggerirà alcune analisi di laboratorio (basterebbero anche solo glicemia, colesterolo frazionato e trigliceridi) e se necessario esami più approfonditi come l’elettrocardiogramma ed ecocardiogramma.
In questa realtà preoccupante, c’è una situazione italiana allarmante: le donne con malattie di cuore sono discriminate perché curate più tardi e meno bene degli uomini. Se poi le donne sono anziane e vivono nel Sud la situazione peggiora.
“Questo diritto negato è tanto più sorprendente – ha detto Francesco Fedele presidente della Società Italiana di Cardiologia alla presentazione del 68° Congresso Nazionale SIC a Roma – se si pensa che una donna su tre muore per una malattia cerebrocardiovascolare mentre una donna su venticinque perde la vita per una neoplasia. Donne discriminate anche se hanno quasi raggiunto gli uomini per l’incidenza delle malattie. Addirittura muoiono più donne che uomini per malattie cardiache”.
La discriminazione delle donne davanti alle cure per le malattie cardiache è stata battezzata “Sindrome di Yentl” e, in Italia, trova conferma in un’indagine condotta in 10 ASL.
In Medicina si definisce “Sindrome di Yentl” la possibilità che le strategie diagnostiche e terapeutiche non siano offerte in maniera simile agli uomini e alle donne, ovvero che le donne siano discriminate. Yentl è la protagonista di uno dei racconti di I.B.Singer: è una ragazza ebrea che desidera studiare la Torah (le Sacre Scritture) ma, non essendole consentito di frequentare la Yeshiva (la Scuola nella quale si studia la Torah) è costretta a travestirsi da maschio per poter studiare.
Secondo i dati forniti dall’Osservatorio ARNO del CINECA alla Società Italiana di Cardiologia in occasione del 68° Congresso Nazionale SIC emerge una disparità fra uomini e donne e tra adulti ed anziani su pazienti ricoverati per infarto miocardico acuto.
Le elaborazioni sono state condotte su un campione di 10 ASL aventi a disposizione sia i dati della farmaceutica territoriale che i ricoveri ospedalieri. Sono stati analizzati 3.582 pazienti ricoverati nell’anno 2005 per infarto miocardico acuto. Tali pazienti sono stati seguiti per i 12 mesi successivi alla data di dimissione per analizzare i consumi farmaceutici di betabloccanti, statine, ace-inibitori ed aspirina.
A distanza solo di un anno si sono avuti dati sconcertanti dai quali è emerso un grave problema di non aderenza al trattamento” salva vita” in generale e una grave disparità tra uomini e donne e tra adulti e anziani.
“In Italia – afferma Francesco Fedele che è anche presidente del Congresso SIC – i malati di serie A sono gli uomini sotto i 65 anni perché la Ricerca indirizza i propri sforzi soprattutto verso questa categoria.
C’è anche da dire che nei confronti degli uomini c’è una cultura radicata davanti al rischio cardiovascolare tanto che quando un uomo arriva ad un pronto soccorso lamentando un dolore al petto viene immediatamente trattato come infartuato. In più è lo stesso uomo che quando avverte questo tipo di dolore ormai ha capito che deve correre in ospedale.
Ci sono poi i malati di serie B: sono le donne e gli anziani. La Ricerca non ha uguale attenzione nei confronti di queste categorie che sono studiate di meno.
A questo va aggiunto che spesso non vengono tempestivamente valutati i campanelli d’allarme. Anche perché sono le stesse donne e gli anziani, a sottovalutare i sintomi non pensando mai che anche loro possano essere vittime di un attacco cardiaco che viene, erroneamente, ritenuto prerogativa degli uomini giovani.
Assistiamo quindi ad un ritardo nella diagnosi, di conseguenza un ritardo nel ricorso all’emodinamica e quando questa viene effettuata un ritardo all’angioplastica.
Ed infine i malati di serie C: sono le donne, anziane, del Sud. E a proposito del Sud, vivere in quest’area e soffrire di problemi di cuore vuol dire fare i conti con l’insufficienza di strutture specializzate ed una minore cultura per la prevenzione
“Davanti a questa realtà la SIC vuole avere un quadro preciso- ha detto Francesco Romeo presidente della FINSIC-, un quadro che si potrà avere al termine di un’indagine in tutta Italia rivolta alle donne. Al progetto “La Donna di Cuore” hanno già aderito tremila donne che sono state sottoposte a controllo e altre cinquemila hanno chiesto di essere coinvolte.
Si vuole fotografare il rischio cardiovascolare nelle donne fra i 40 e i 60 anni. Un’iniziativa che vuole anche comprendere per quale motivo la gente ha più paura dei tumori che delle malattie di cuore nonostante queste uccidano più delle neoplasie”.








