Una cavità carsica naturale che nasconde un tesoro fossile: è quella che si apre su un lato della cava di calcare abbandonata situata lungo la strada tra Orvieto e Marsciano, in località San Venanzo, a poche centinaia di metri dalla cima del Peglia.
La cavità è a forma di imbuto: la grotta ha un diametro superiore di 3–4 metri ed è profonda circa tre metri, di cui gli ultimi due riempiti da argilliti rosso scuro. All’interno di tali strati ci sono blocchi calcarei separati da una vena calciticha al di sopra della quale si è deposta una breccia rossa. I blocchi calcarei rappresentano l’esito della caduta del tetto originario della grotta, come sembra dimostrare il rinvenimento di frammenti dispersi di stalattiti.
La vena calciticha indica l’antica presenza, sopra le argille, di acque ricche di carbonio che scorrevano, cariche di detriti, verso l’ambiente interno della cavità dove hanno deposto il loro carico di carbonato di calcio. L’irruzione dell’acqua e dei detriti provocava col passare del tempo marcati fenomeni di erosione sul terreno e lungo le pareti della cavità. Ed è proprio nei depositi sedimentari rilasciati dalle erosioni chimiche e meccaniche che sono stati rinvenuti notevoli resti di vertebrati fossili, attualmente conservati in Italia e all’estero.
La prima scoperta nel 1955 da parte di una marchesa laureanda in paleontologia umana e di uno studente liceale: scoprirono frammenti di ossa e corna che affioravano da una frana sul fianco di una cava di calcare mesozoico. Ne seguì un primo scavo che recuperò resti di macro e micromammiferi fossili. Ma fu il secondo scavo del 1963, curato dall’Università olandese di Utrecht, a scoprire la maggiore quantità di reperti.
I fossili ritrovati formano, per localizzazione e tipologia biologica, due associazioni: la prima proveniente da argille rosse e terra nera, al di sotto della calcite, comprende micromammiferi come la talpa fossile e altre specie di sorcidi, con la prima presenza dell’attuale topo campagnolo e la lepre Lepus terraerubrae. Provenienti da questo stato i resti di bertuccia, della tigre dai denti a sciabola, del cane etrusco, dello sciacallo, dell’orso etrusco e di un bovino. La seconda associazione proviene al di sopra della calcite e comprende, per quanto riguarda la fauna, sorcidi, arvicolidi e due specie di topo di campagna uno dei quali rinvenuto per la prima volta in Italia, comparso all’inizio del Pleistocene medio. Le due associazioni sono databili all’inizio del Pleistocene medio, intorno ai 700 mila anni fa.
- Patrizia Argenti
- 24 Dicembre 2007








