Da "Le città invisibili" di Calvino un monito per l'emergenza immondizia, che non è fatta solo di cassonetti, discariche, termovalorizzatori ed inceneritori ma ha anche una sua pesante natura politica

Probabilmente Italo Calvino, ammesso che lì dove si trova gli arrivino ancora notizie dal nostro piccolo mondo, nel leggere i giornali di questi ultimi tempi avrà alzato il suo sopracciglio da lupo mannaro, pensando, senza dirlo, che lui tutto questo lo aveva previsto, e scritto.
Lo aveva previsto nel suo romanzo Le città invisibili, scritto tra il 1964 e il 1970, e pubblicato nel 1972 (occhio alle date, perché sono impressionanti, e tali da polverizzare, all’istante, qualunque credibilità di chi ora lancia allarmi e parla di emergenze).
Una delle città invisibili di Calvino si chiama Leonia (ogni città ha un nome di donna). Leonia è la città che da cima a fondo si rinnova ogni giorno. Non solo scatole e scarpe usate si buttano a Leonia, ma mobili, frigoriferi, intere biblioteche. Ogni giorno nelle case entrano oggetti nuovissimi, destinati all’alba del giorno seguente a diventare spazzatura, e ad essere rimossi dagli spazzini e accumulati ai bordi della città. Montagne di spazzatura si ergono intorno alla città, e lentamente si incontrano con le montagne innalzate dalle città circostanti; e si scontrano. Il mondo si popola di vulcani immensi di spazzatura, nei cui crateri vivono le città. Di quando in quando una montagna crolla, e sommerge una città; ma è poco male: la città vicina avrà più spazio per spingere più in là la propria spazzatura.
Non importa sottolineare lo stupefacente valore profetico di questo racconto, la precocità di un’intuizione che dovrebbe far arrossire chiunque si azzardi a parlare di “circostanze impreviste” riguardo alla sovrapproduzione di rifiuti. Ci sono uomini grandissimi, come Calvino, e uomini minuscoli. La fortuna è che gli uomini grandissimi a volte possono illuminarci, tracciare nelle nostre coscienze un segno indelebile. La sfortuna è che uomini minuscoli hanno in mano il nostro destino, perché, in quanto amministratori, lo amministrano.

Il ministro del fu governo Prodi, ad esempio, Francesco Rutelli, ha riassunto la piccineria del suo orizzonte intellettuale dicendo che bisogna essere “ambientalisti moderati”. Cioè, con riferimento agli inceneritori, non bisogna preoccuparci in modo radicale della nostra salute, della nostra vita. Bisogna scongiurare i tumori, sì, ma con moderazione. Con pacatezza. Un tumore ogni tanto provocato dai termovalorizzatori è nell’ordine delle cose.
La verità è che i cosiddetti termovalorizzatori avvelenano quanto le discariche, se non di più. Se ne è parlato e se ne è scritto molto anche qui: con serietà, con accuratezza, e a volte con l’urgenza di chi si sente solo, e inascoltato. Quello che non si ripete con abbastanza forza è che l’emergenza rifiuti è utilizzata strumentalmente proprio per sollecitare la costruzione di questi mostri. Sull’emergenza e sul disordine si è speculato per dare la colpa ai cittadini, a chi protesta e a chi resiste contro la devastazione del proprio territorio. Ma solo la sfacciataggine senza limiti del potere può giungere a puntare il dito contro le comunità e contro i comitati di cittadini resistenti. Solo l’ipocrisia arrogante di Bassolino, sostenuta dai manganelli di De Gennaro (ancora inquisito nei processi sul G8 di Genova), può giungere ad affermare con fanciullesco candore che la tanto sbandierata emergenza è il risultato dell’opposizione ai termovalorizzatori.
L’emergenza è il frutto di quindici anni di gestione irresponsabile e probabilmente anche dolosa (anche qui, ci sono processi in corso), e i termovalorizzatori servono a chi deve costruirli, non ai cittadini e alla loro salute.

Certo, opporre il gigante Calvino a questi lillipuziani dell’intelligenza e della moralità può apparire crudele o fin troppo facile. Ma l’esempio di Leonia serve per far capire qual’è il problema centrale dei rifiuti: la produzione. Leonia è sommersa dai rifiuti perché ogni giorno vuole sfavillare di colori nuovi, di prodotti nuovi.
Leonia paga con una apocalittica “emergenza rifiuti” il suo peccato di vanità, il suo folle e stolido abbandonarsi all’incremento indefinito della produzione. Leonia è il simbolo della nostra civiltà in cui il consumo ha sopravanzato sproporzionatamente il bisogno. E i rifiuti sono, come gli incubi, il rimosso che ritorna: tutto quanto abbiamo creduto di buttare via che prepotentemente torna visibile, e puzza, e avvelena, e toglie il respiro.
Quindi, per dirla con chiarezza: il primo provvedimento da prendere per affrontare il problema rifiuti è ridurre i rifiuti. Limitare imballaggi, incarti, contenitore, pellicole e contropellicole. Si può, e si deve. A livello strutturale, prima ancora che a livello individuale. Perché bisogna parlare con chiarezza: la colpevolizzazione del cittadino è una delle peggiori infamie di cui questo sistema è stato capace. In un mondo in cui una fabbrica può prosciugare un’intera falda acquifera e trasformare con le sue scorie chimiche una spiaggia tirrenica in uno scenario caraibico (Rosignano, provincia di Livorno, famosa per la sua “sabbia” bianchissima), pensare che il problema dell’inquinamento possa essere risolto dal basso è, nella migliore delle ipotesi, una colossale ingenuità.

La seconda questione che emerge dai cumuli di rifiuti di questi giorni, è, e si dica non a caso nei termini cari ad Enrico Berlinguer, una questione morale. Vale a dire politica.
A Terni il sindaco è sospettato di aver riempito l’inceneritore con chissà quali schifezze. Ad Orvieto il Mastella umbro, e comunista (ma ex, post, fu, pentito) è sospettato di aver messo la discarica a disposizione della camorra, permettendo che le arterie del cuore verde d’’Italia si riempiano di veleno. Un intero establishment campano (diessino, vale a dire di area Pd) che affida la gestione dei rifiuti a quella stessa camorra. Un’amministrazione regionale diessina, quella campana, presieduta dalla signora Mastella, che non riusciva ad andare oltre il sei percento di raccolta differenziata, ma che era efficientissima nel designare i primari ospedalieri graditi al sindaco di Ceppaloni (nel tempo libero, ex ministro della Giustizia).

Il nodo politico appare con evidenza. A Orvieto come in Campania (anzi, dalla Campania ad Orvieto, seguendo il percorso che facevano i tir pieni di misteriosa spazzatura), a partire dagli anni Novanta un intero settore politico (quello che esce dall’esperienza del Partito Comunista), che finora abbiamo creduto più o meno immune dai giochi sporchi, getta alle ortiche l’antica austerità cui si rifaceva Berlinguer, l’antico rigore morale che portava a rifiutare i compromessi meno che dignitosi, e si butta a capofitto nella politica all’italiana. Tratta coi poteri occulti. Si mette in affari. Compra banche, crea cordate finanziarie e piccoli imperi economici, branditi come armi da zar e zarine.
Di più: è come se per essere accolta nella stanza dei bottoni questa “sinistra” debba dimostrare di aver perso una dopo l’altra tutte le sue prerogative: il nome, i simboli, gli obiettivi politici, la trasparenza, la moralità , la dignità. E la sventurata rispose: diventò “democratica”, liberale, liberista, securitaria, opaca, collusa, corrotta. Diventò tutto quello che erano stati i democristiani prima, e i socialisti poi. Diventò troppo simile a quello che, in molti hanno creduto, solo la destra berlusconiana era capace di essere.

Questa rimozione collettiva dei propri valori da parte di ampi settori della sinistra, in questi ultimi mesi, anche graze allo shock provocato dalla nascita del Pd, si sta incrinando. La questione morale ritorna a scuotere le coscienze, ritorna insieme ai rifiuti, non più solo negli incubi ma anche nella realtà. Ritorna con le parole dei magistrati, con la faccia di Mastella, con il rumore assordante di quello scandaloso applauso del parlamento tutto che, stretto intorno al suo eroe ceppalonico, si illude che Leonia possa continuare a rinnovarsi ogni giorno.
Non sarà così. Un governo è caduto, inciampato sulla sua incoerenza ma anche, e forse soprattutto, su un gigantesco interrogativo morale. Si può provare a ripartire da qui, oppure continuare a spingere la spazzatura un po’ più in là, come se così facendo dovesse scomparire.
Ma Calvino, dovunque sia, alzerà ancora il sopracciglio da lupo mannaro quando la montagna crollerà e i rifiuti ci sommergeranno. Io lo avevo previsto, penserà. Ma non ci sarà più nessuno capace di ascoltarlo.

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