Individuata da ricercatori italiani la chiave per utilizzare il farmaco chemioterapico giusto per ciascuna categoria di pazienti

Di tumore del seno si guarisce sempre di più ma la chemioterapia fa ancora paura. Ma secondo uno studio recentissimo pubblicato nel 2008 sul Journal of the National Cancer Institute, una fra le più diffuse classi di chemioterapici, le antracicline, potrebbero nella maggioranza dei casi non essere utilizzate al fine di limitare la tossicità delle terapie.
Un’equipe italiana ha infatti identificato un legame diretto fra l’espressione di un gene, l’HER 2, e l’effetto benefico delle antracicline.
Questi farmaci antitumorali sono infatti efficaci nel prolungare la sopravvivenza della donne in cui il tumore esprime il recettore HER2, ma non offrono invece alcun beneficio in chi è HER2 negativo, il 70% del totale.
“La mancanza di beneficio delle antracicline nelle pazienti HER2 negative suggerisce, a parere dei ricercatori dell’Istituto Nazionale per la Ricerca sul Cancro di Genova e dell’Università di Genova, che a queste donne possano essere evitati gli effetti tossici di questi chemioterapici e mette in dubbio l’utilità di utilizzarli in maniera indiscriminata”.
I ricercatori, finanziati anche da fondi AIRC, hanno valutato i dati relativi ad un totale di 5.354 donne e sono giunti alla conclusione che questa cura non è utile nelle pazienti con tumore del seno allo stadio iniziale che non producono la particolare proteina chiamata Her-2.
Sulle circa 10 mila pazienti trattate ogni anno con chemioterapia ”adiuvante” in Italia, ben 7 mila (2 su 3) potranno evitare i rischi associati alla terapia a base di antracicline, e anche alcuni effetti tossici, come in particolare la perdita dei capelli.

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