Alfio Todini: "nella regione l'apertura appare più lenta e il superamento delle incrostazioni più difficile, ma l'innovazione sta facendo tornare la voglia di fare politica, anche se alcuni non reggeranno la botta"
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La sfida intrapresa con la costruzione del Partito democratico comincia a parlare al Paese ed alla società italiana. E già oggi si sta andando molto oltre ciò che erano i DS e la Margherita. E’ in atto ovunque un autentico processo di apertura a forze nuove che oggi vedono nel Partito Democratico il luogo e lo strumento per poter cambiare un Paese che per troppo tempo è rimasto inchiodato al passato e che ora deve “girare la testa in avanti”. E cogliere le sfide del futuro senza averne paura. E’ una novità straordinaria che sta emergendo con nettezza.
La campagna elettorale in corso vede tante persone che, come dice Veltroni, ricominciano a “divertirsi a fare politica” riscoprendo o scoprendo per la prima volta passione e voglia di fare. A tutto ciò contribuisce molto la scelta di andare liberi da coalizioni (iper)affollate, in cui dover mediare su tutto e in cui ognuno aveva un diritto di veto.

La combinazione tra l’appesantimento burocratico di cui soffre l’Italia, un sistema istituzionale barocco e costoso e l’esistenza di coalizioni composte da dodici partiti ha comportato ritardi enormi nelle capacità di decisione di cui si sostanzia una democrazia. Ed ha contribuito a diffondere la convinzione di una politica inutile quando non dannosa.
Tutto ciò pesa tantissimo sulla capacità dell’Italia di essere un Paese moderno, competitivo e sostenibile sul piano ambientale e sociale. Un Paese che non decide è un Paese in cui prevalgono le rendite di posizione di chi è arrivato: nelle professioni, nel sistema pensionistico e nella politica. E’ un Paese che si incrosta; che tratta male i giovani ai quali, nei loro anni migliori, si chiede di aspettare il proprio turno magari passando da un contratto precario all’altro, tanto più se hanno studiato. Un Paese che così rinuncia al suo futuro.
Questo è il linguaggio che si sta cominciando a diffondere in Italia. E in molti luoghi si sta traducendo in un forte rinnovamento delle liste elettorali. Questo è il linguaggio che deve prevalere anche in Umbria, regione piccola e civile, ben governata e costellata dalla presenza di tante realtà imprenditoriali e umane capaci di stare nel presente e nel futuro. Ma anche in questa regione si avverte il peso di incrostazioni e rendite di posizione che, a svariati livelli, ne frenano lo slancio.

La discussione sulle liste è qui da noi meno entusiasmante che nel Lazio, dove il PD sceglie di candidare come capolista una 27enne ricercatrice universitaria o in Lombardia dove si sceglie di candidare il Presidente dei Giovani Industriali o in Piemonte dove scende in lizza l’operaio sopravissuto al rogo di Torino.
Qui da noi, credo, avremo riproposti nomi già noti, che peraltro garantiscono in termini di capacità, sobrietà e impegno. E però non posso tacere a me stesso il fatto che in Umbria questo processo di apertura appare, allo stato attuale, più lento. Più timido mano a mano che si sale verso l’alto. Meno in linea con il segnale di cui la società umbra avrebbe, a mio parere, bisogno. Ma se anche così fosse, ciò non nega il fatto che anche da noi, nei territori soprattutto (compresa la Media Valle del Tevere) si sia messo in moto un lavoro che va nella direzione giusta. E che non potrà essere fermato da resistenze che pure qua e là si avvertono. Magari da parte di chi continua a ragionare in termini di vecchie appartenenze, sentendosi ancora troppo ex qualcosa e troppo poco “democratico”, e che sta a guardia di fortini ormai vuoti. Ma queste non sono le uniche resistenze.

La sfida del cambiamento snida tanto coloro che lo soffrono da dentro, quanto coloro che da fuori continuano a dirci che non basta. Questa sfida, mano a mano che si fa più forte, sottrae alibi ai tanti “vorrei ma non posso”: perché “siete troppo poco laici”, perché “non rotolano abbastanza teste”, perché “Veltroni va bene ma qui..” ecc. ecc.
Anche questi sono riflessi del conservatorismo tipico di questo Paese; è tempo che chi voglia entrare trovi la porta aperta, ma anche che spinga per aprirla ancora. Così si potrà fare meglio un partito nuovo in cui ognuno può metterci del suo, a partire dalla disponibilità intellettuale a confrontarsi con chiunque vi si trovi e con chiunque abbia voglia di arrivarvi. Senza settarismi né snobismi di nessun genere.

Questa campagna elettorale può essere uno straordinario impulso al rinnovamento. Lo spazio che si apre all’impegno diretto è enorme ed è un impegno che si può dare in modi e forme diverse, tutte utili. Perché stavolta, dopo almeno quindici anni, si potrà farlo parlando dell’Italia, dell’Umbria, di Marsciano e di Todi, sapendo che dopo questa fase, qualunque siano gli esiti, nulla tornerà come prima e sapendo che ciò che si dice potrà essere fatto e che, se non sarà fatto, ci saranno responsabilità dirette e visibili.
Appare plastica la differenza tra lo slancio che si avverte dato dal Partito Democratico e i messaggi che arrivano da altre parti, che appaiono più stanchi, consunti e ripetitivi. Un candidato premier che si candida per la quinta volta, con l’immancabile portavoce che (per la quinta volta) accusa il concorrente di avergli copiato il programma; un altro che dice che tra un imprenditore e un operaio in lista “ce n’è uno di troppo”. Due modi diversi, anche per l’oggettiva differenza di spessore tra i due protagonisti, che testimoniano però l’appartenenza ad una epoca che si va chiudendo.

C’è un Paese che ha bisogno di futuro e di voltare pagina per affrontare e risolvere i suoi tanti problemi e alla politica spetta di essere un passo avanti nei processi di rinnovamento e di scelta. Di fronte a questo compito molti non “reggeranno la botta”, perché troppo uguali a se stessi.
Io credo che più ci avvicineremo al voto e più saranno evidenti le differenze. E più energie saranno disposte a mettersi in gioco, oggi come non mai nella storia politica recente del nostro Paese.
Penso anch’io che stavolta sarà divertente e utile. E che si può fare.

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