In tempi di crisi come quelli che stiamo attraversando, non sarà male rifarsi, senza nostalgia, al recente passato, quello della società contadina, dell’economia familiare, dell’auto consumo nella consapevole produzione di beni durevoli, nel rispetto dei beni del creato.
Siamo appena al secolo scorso quando irrompe il “cavallo vapore” che metterà sempre più all’angolo il “cavallo cavallo” e tutti gli apporti motori degli animali domestici, buoi in particolare.
Un cambio epocale senza precedenti segnato dall’avvento della meccanizzazione che ha sollevato l’uomo, il contadino, da fatiche troppo spesso pesanti. Nelle campagne di quei tempi non si incontravano i colorati contenitori per la raccolta differenziata dei rifiuti. I rifiuti non esistevano.Si trasformava tutto in loco e in modi del tutto naturali. In questo contesto viene avanti la storia del suino allevato nella stalla – anzi “stalletto” – sotto casa e mattato, in inverno, nell’agreste piazzale.
Due i passaggi fondamentali della lavorazione: mattazione e spezzatura con un intervallo di tre quattro giorni. Grazie alle alibi mani dei “maestri norcini” con i loro affilati attrezzi, ogni parte del suino avrà un suo destino per la sana alimentazione familiare. Nulla finisce in discarica e come si suol dire non “resta trippa per gatti”.
Va tutto al freddo della cantina e soffitta per una frollatura naturale e successiva salatura.
Intanto il giorno della mattazione le donne contadine preparavano, ai loro uomini e quanti arrivavano per l’evento, il famoso, originale “piatto de l’Animella” con fagioli e/o fave lesse.
Le animelle, le vere animelle non erano e non sono frattaglie, bensì pezzetti di grasso, magro e “rosichello” che passati in padella con del vino, aglio, rosmarino, sale e pepe quanto basta, mentre rosolano,diventando prelibati bocconcini, producono anche un ammiccante condimento per fagioli e fave.
Pezzetti prevalentemente staccati all’altezza del costato, del cuore, dell’anima che ne provoca la denominazione popolare di “Animelle”.
Il contesto agreste che ha generato il sapiente piatto de l’animella è irripetibile e per non dimenticare, per fare memoria, da diversi lustri le Acli di Collevalenza e la Coldiretti del Tuderte ne hanno fatto una festa calendarizzata nel penultimo fine settimana di carnevale.
Il programma del 2014 prevede per venerdì 21 la tradizionale gara di briscola con ricca cornice di “bruschette all’unto de la Casella” et matriciana dello chef e sabato 22, serata carnevalesca con galà de l’animella, cena gastronomica , ballo, poesia, racconti come nella migliore tradizione agreste “de ‘na sera a veja come ‘na vorda “
Per l’occasione verrà proposta e presentata agli operatori locali una brochure dei prodotti, professioni, mestieri e servizi del territorio dei sei castelli all’ombra del campanile del santuario dell’Amore Misericordioso e sotto l’Aquila di Todi. Una chicca a colori titolata “Cielo, Terra, Speranza” e che mira ad essere un segno, un gesto di accoglienza per i tanti pellegrini che solcano questo territorio.
Infine non si dimentichi che “La cucina è squisita, l’animella è saporita, i fagioli non fanno male, specialmente a carnevale” e chi a cena vuol partecipare allo chef Massimo deve telefonare 075.887140.








