Forse quando John Fitzgerlad Kennedy, nel 1963, pronunciava da Berlino Ovest la fatidica frase “Io sono un berlinese” non immaginava che sarebbe stata una delle frasi più citate e (peggio) imitate dell’intera storia politica del Novecento. O forse sì, poteva immaginarlo, perché la sua frase era un’astuta mossa politica camuffata da interesse umanitario, e Kennedy, con la sua vivace intelligenza diplomatica, non poteva non sapere che stava trasformando in profondità il lessico politico e il modo di fare politica.
Da quel giorno in poi il mondo cominciò a capire l’enorme portata potenziale delle cosiddette “questioni umanitarie”. Kennedy aveva in mente un complesso progetto di trasformazione del mondo, un progetto quasi rivoluzionario che non a caso fu presto stroncato nel sangue: il suo, ma anche quello di molti altri uomini (dal Vietnam in qua).
Lo stesso non si può dire di tutti i suoi imitatori: tanti di quei sedicenti progressisti che, per il proprio tornaconto politico, si affrettano e prendere la cittadinanza del popolo di turno, le cui disgrazie diventano per qualche giorno la notizia d’apertura dei tg.
Solo per citare gli episodi più recenti: dopo l’11 settembre, siamo stati tutti americani contro il terrorismo. Poi siamo stati tutti afgani contro i talebani. Ogni due mesi siamo tutti abitanti del Darfur. Poi siamo stati tutti curdi, ma solo per pochi minuti. Giusto qualche mese fa siamo stati tutti birmani, ma è durato una settimana. Ancor più recentemente siamo stati tutti kosovari, senza curarci delle pericolosissime conseguenze geopolitiche che l’indipendenza del Kosovo poteva comportare. Tutti palestinesi, chissà perché, non lo siamo stati mai, nonostante da decenni nei territori occupati viga un vergognoso regime di oppressione, segregazione e discriminazione, in barba alle risoluzioni Onu.
Adesso, finalmente, siamo tutti tibetani. I monaci buddisti, quei simpatici ometti vestiti di rosso, avevano già stimolato le nostre ghiandole umanitarie quando si facevano massacrare in Birmania. Ma ora che a massacrarli è l’esercito cinese la commozione è incontenibile: ci costerniamo, ci indigniamo, ci impegniamo, e c’è perfino chi scalerebbe i Palazzi Comunali di Todi a mani nude per issarci sul tetto il colorato vessillo del popolo tibetano.
Peccato però che, or non è molto, siamo stati anche tutti cinesi. Ci siamo sentiti tutti cinesi quando le nostre missioni diplomatiche venivano accolte nella terra di Confucio per firmare appetitosi accordi commerciali. Ci siamo sentiti tutti cinesi quando, per giustificare il capitalismo brutale che imperversa in quel paese, abbiamo spergiurato che gli eredi di Mao si stavano impegnando a fondo per garantire il rispetto dei diritti umani minimi.
Si sentono totalmente solidali con i cinesi quegli imprenditori italiani che dislocano la propria produzione in Cina approfittando dell’inesistenza di tutele per i lavoratori e di regolamentazioni sul rispetto dell’ambiente e sull’inquinamento.
Ci siamo sentiti tutti cinesi, infine, quando si è trattato di plaudire all’assegnazione a Pechino dei giochi olimpici del 2008: la si è detta una grande occasione per accogliere la Cina entro il novero delle nazioni progredite e civili.
E intanto tutti pensavano agli enormi profitti che questo coinvolgimento comportava: attirare la Cina nel grande baraccone dello sport-spettacolo significava anche completare quell’opera di adeguamento del sistema dei consumi cinese al sistema occidentale, e quindi spingere molto avanti la penetrazione in un mercato, quello cinese, tanto vasto (più di un miliardo di potenziali consumatori ancora “vergini”) quanto inesplorato.
Adesso, di fronte all’ennesima (e non alla più grave) prova del carattere violentemente autoritario del regime cinese, i nostrani tibetani acquisiti protestano, invocano il boicottaggio, sventolano bandiere.
I politici hanno il loro interesse a stornare la nostra attenzione indicandoci la brutalità degli altri, e soprattutto una delle parti politiche in questione, in tempi di campagna elettorale, ha sempre buon gioco ad agitare lo spettro del comunismo illiberale e ad appropriarsi di battaglie altrui delle quali ha una conoscenza superficiale e parziale.
E intanto altre vicende drammatiche, come la crisi economica legata alla bolla dei mutui americani, passano sottosilenzio: e nei nostri telegiornali non si vedono i cortei di persone rimaste senza casa che, come dopo il 1929, cercano un posto nelle tendopoli che nascono ai bordi delle scintillanti metropoli americane. Altri oppressi, di cui si fatica a parlare.
Siamo tutti tibetani, certo, in quanto dovremmo essere sempre contro tutte le oppressioni, contro tutte le discriminazioni, contro tutte le violenze verticali dall’alto verso il basso. In quanto dovremmo essere, sempre, a favore dell’autodeterminazione dei popoli: e su questo punto la coerenza dei tibetanofili di oggi vacilla paurosamente (si vedano per l’appunto, la questione palestinese, quella basca e quella cecena).
Sventoli pure la bandiera tibetana sui Palazzi Comunali di Todi, purché la nostra indignazione non si esaurisca in quel gesto simbolico, e la nostra solidarietà si estenda a tutte le vittime del regime cinese: anche a quelle costrette in stato di semischiavitù nelle fabbriche che producono le merci destinate ai nostri supermercati.
Non boicottiamo le Olimpiadi, ma andiamoci e speriamo che ci sia un atleta in grado di chiudere gli occhi e distogliere lo sguardo di fronte alla bandiera cinese, come gli atleti afroamericani fecero a Città del Messico, nel 1968, di fronte alla bandiera statunitense.
Siamo tutti tibetani, certo, ma fino a quando? Fino al prossimo accordo commerciale con la Cina firmato dal nuovo governo?










