mercoledì 13 dicembre 2017

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Un problema che potrebbe interessare, oltre che la zona dell'altopiano dell'Alfina, anche i territori lungo il Tevere fino a Todi ed altre zone umbre
Geotermia: lo strano caso della centrale Enel aperta e subito chiusa

Lo sviluppo della geotermia, oltre che per la questione “calda” per gli impianti previsti sull’altopiano umbro-laziale dell’Alfina, interessa l’Umbria anche per i territori lungo il Tevere fino a Todi ed altre zone regionali.
La questione sta surriscaldandosi anche con riferimento a (strane) esperienze passate che sono state portate all’attenzione dalle Associazioni ambientaliste e comitati di cittadini dell’Orvietano, della Tuscia viterbese e del lago di Bolsena
Ciò è avvenuto in occasione dell’annuncio che, presso il centro servizi Le Piane in via Maremmana,68 – nella zona artigianale di Castel Giorgio- il prossimo lunedì 2 settembre  si terrà l’inchiesta pubblica richiesta da molti amministratori e prevista dalla normativa sulla Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) .
Lo scopo è valutare  da parte  della Regione Umbria il “gradimento dei cittadini” di alcune iniziative imprenditoriali volte a realizzare impianti che sfruttino per la produzione di energia elettrica la geotermia dell’Alfina.
L’esito della inchiesta “si concluderà con una relazione sui lavori svolti ed un giudizio sui risultati emersi, che sono del pari acquisiti e valutati ai fini dell’adozione del provvedimento di V.I.A.” ai sensi dell’art. 24, comma 6 del D.Lgs 152/2006.

Le associazioni segnalano che “Il ciclo “binario“ previsto infatti nel tipo d’intervento proposto prevede che si prelevi il fluido geotermico a grande profondità nel sottosuolo (oltre i 1000 m) per produrre energia sfruttando le alte temperature del refluo, farlo raffreddare fino a 60-70°C, con forti e rumorose iperventilazioni in un’apposita struttura di grandi dimensioni, per poi re-immetterlo a grande profondità (oltre i 2000 m).

Questa operazione, sicuramente tecnologicamente complessa, a detta di molti esperti,  non è scevra da rischi di vario tipo.

Il primo, il più grave, è che “prelevando e re-immettendo” il fluido geotermico da un luogo ad un altro si creano squilibri di pressione a grande profondità che, secondo uno studio dettagliato dell’ENEL (uno dei pochi oggi disponibili su una materia tanto delicata), possono generare terremoti influenzati dalla quantità del fluido spostato.

Nel caso delle prove ENEL, effettuate proprio sul sito dove si vorrebbe intervenire con il nuovo progetto, le scosse sono state di 3,2 gradi sulla scala Richter e per una quantità di fluido geotermico utilizzato sensibilmente inferiore a quelle previste nel nuovo progetto.

Non sappiamo se questi dati sono stati alla base della scelta dell’ENEL di chiudere la centrale geotermica di Latera (VT) subito dopo la sua messa in funzione (nonostante sia costata ai contribuenti centinaia di miliardi di vecchie lire e dopo aver distrutto paesaggisticamente la bellissima Valle di Latera), ma certamente è abbastanza singolare che una centrale geotermica così costosa sia stata dismessa dopo solo pochi giorni di funzionamento.

Il rischio di terremoti è però solo  uno degli aspetti “delicati” di questa tecnologia: le perforazioni profonde infatti rischiano di mettere in contatto gli strati profondi del sottosuolo geotermico, ricco di sostanze tossiche allo stato liquido, solido ed anche gassoso (tra cui l’arsenico), con le falde acquifere superiori con il rischio di compromettere la preziosissima acqua potabile di cui è ricco tutto l’Altopiano.
Ma non solo, il rumore dei sistemi di iperventilazione dell’impianto di  raffreddamento del refluo sarebbero una costante per tutte le ventiquattro ore della giornata ed investirebbe tutta Castel Giorgio facendo perdere al paese una delle sue doti principali: la quiete! Ed una delle attività più promettenti che è il turismo.”
 
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