Problemi, polemiche e prospettive in Consiglio Regionale
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«L’assegno di cura ha colto soltanto parzialmente l’obiettivo per cui era stato istituito, e cioè di deospedalizzare gli anziani non autosufficienti». L’ho ha dichiarato nel corso del “question time” in Consiglio Regionale dell’Umbria del 22 maggio, l’assessore alla sanità Maurizio Rosi, in risposta ad un’interrogazione del capogruppo Udc, Enrico Sebastiani. L’esponente dell’opposizione aveva chiesto conto all’assessore del dimezzamento (dagli 800 del 2004 agli attuale 400) del numero degli anziani destinatari dell’assegno, ribadendo la necessità di ripristinare il numero previsto dalla legge regionale che regola la materia.
Una legge regionale, la n.3 del 2004, di cui Sebastiani ha rivendicato la primogenitura e che fu approvata all’unanimità dal Consiglio. Da un po’di tempo l’applicazione della legge è stata congelata, in quanto non si fa scorrere la graduatoria in caso di decesso degli aventi diritto. In effetti la situazione degli anziani non autosufficienti, si sta facendo grave per vari motivi.
In primo luogo non è più il tempo di famiglie, contadine, composte da numerosi conviventi che si potevano alternare nella cura degli anziani, approfittando anche della “autonomia” organizzativa del lavoro nei campi e nelle stalle. Ora le famiglie sono di poche persone: spesso gli anziani vivono da soli ed altrettanto spesso i famigliari conviventi sono assenti da casa per molte ore per motivi di lavoro. Anche i figli, se non vecchi, sono anziani, stante il fatto che ancora 50/60 fa ci si sposava e si avevano figli in età giovanile, specie le donne. Dal 1980 la presenza degli anziani nella popolazione italiana è cresciuta enormemente: gli ultra sessantacinquenni sono aumentati del 50%, arrivando ad una popolazione di 12 milioni di unità al 2006, contro gli 8,5 milioni di 25 anni fa. Di questi meno del 55% si sente in buona salute. Tuttavia la percentuale scende decisamente con il passare degli anni, arrivando al 25 per cento negli over 75, ma raramente ciò significa che si può vivere da soli senza problemi.
Le ‘badanti’ che prestano servizio nelle case umbre, per molte famiglie cominciano a rappresentare un onere economico gravoso.
Ormai in moltissimi casi né la pensione, né l’assegno di accompagnamento né la somma di entrambi è sufficiente a far fronte all’onere dell’assistenza a pagamento ed aumenta in modo esponenziale la richiesta di ricovero in case di riposo. Qui la spesa a carico dell’anziano malato è quasi la stessa di quella per la “badante”, ma in più c’è vitto ed alloggio e, per i famigliari, quasi l’azzeramento dei vincoli, che comunque persistono anche con le “assistenze” a domicilio: ferie, riposi giornalieri e settimanali. Non per nulla, fu lo stesso assessore Rosi poco tempo fa a segnalare la necessità di aumentare il numero dei posti letto delle case di riposo di almeno il 50%.
Questa è sicuramente una strada da esplorare nel corso della annunciata attivazione “del Fondo regionale per non autosufficienti. Gli auspicati interventi integrati “che sono orientati ad evitare la istituzionalizzazione degli anziani, per favorire l’assistenza nell’ambito familiare” potranno avere effetto sul quel 25% di ultrasettantacinquenni o forse su più di quel 45% di ultrasessantacinquenni che ancora si sentono in buona salute e su chi potrà contare su figli liberi da impegni e pronti a sacrificarsi o sufficientemente ricchi.
Ma tra questi interventi non può mancare una rivalutazione od integrazione delle entrate economiche mensili degli altri anziani, senza dimenticare che con l’andar del tempo, tra una riforma e l’altra delle pensioni, un lavoro precario o in nero, l’importo che spetterà al momento della cessazione dal lavoro con la retribuzione media attuale (1200 euro mensili), sarà appena sufficiente a garantire l’aspetto “alimentare” della sopravvivenza.

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