Nei laboratori del Ris di Roma sono in corso gli esami sui reperti biologici prelevati; prosegue il dibattito sulla necessità di chiedere il DNA del feto

Gli avvocati di Roberto Spaccino, il marito agli arresti nel carcere di Capanne con l’accusa di aver ucciso a Marsciano la moglia Barbara Cicioni, hanno nominato oggi il medico legale di parte nella persona della dottoressa Laura Reattelli, la stessa che si occupò anche dell’omicidio della piccola Maria Geusa di Città di Castello.
Oggi sono iniziati nei laboratori dei Carabinieri del Ris di Roma gli esami sui reperti biologici rinvenuti nella villetta di Compignano e sul corpo della giovane donna, madre di due bambini di 4 e 8 anni ed incinta di otto mesi. I legali di Spaccino hanno informato che nei prossimi giorni (ma non è stata ancora fissata la data) il loro assistito incontrerà nuovamente il Giudice delle indagini preliminari per ribadire la sua versione dei fatti, diversa da quella finora prefigurata dalla Procura che è di “omicidio volontario aggravato”.
Intanto, la famiglia di Barbara Cicioni, non ha ancora ricevuto comunicazione ufficiale dell’intenzione del magistrato inquirente di chiedere il test del Dna per il feto. Cresce però il dibattito intorno a motivazioni e scopi di un esame sul quale i famigliari di Barbara, pur ponendosi più di un interrogativo, «preferiscono non mettersi troppo a riflettere». Lo dice all’ANSA Massimo Buconi, che di Barbara ha sposato una zia. «Tra le tante interpretazioni che si leggono – osserva Buconi – è che questo esame sia un atto dovuto, legato alle indagini. Noi, come familiari di Barbara, le cose che sappiamo veramente sono due. La prima è che, dai primi momenti dopo l’uccisione di mia nipote, ci siamo messi completamente nelle mani del magistrato inquirente e degli investigatori. Tanto che solo l’altro ieri abbiamo pensato di nominare un legale di parte lesa». «In particolare – continua Buconi – riconosciamo al sostituto procuratore Antonella Duchini, titolare di questa inchiesta, non comuni doti di umanità, costanza, grande pervicacia nel portare avanti le indagini». La «seconda questione» che Buconi vuole sottolineare, «ragionando a largo raggio» sulla questione del test del Dna su Elena (così si sarebbe dovuta chiamare la terza figlia di Barbara) è che «qualsiasi ne fosse l’esito, non sarebbe certo quella la vera notizia. Notizia che, purtroppo per tutti noi, resta un’altra, e che cioè in questa vicenda – conclude Buconi – ci sono due morti».

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