I carabinieri italiani morti in Iraq meritano rispetto come delle vittime sul lavoro, possibilmente senza retorica militaresca

“Usi ubbidir lavorando e lavorando morir”. Dovrebbe portare impresse queste parole la lapide sotto la quale deporre volentieri un fiore in memoria dei caduti di Nassiriya. Solo così una lapide renderebbe parzialmente giustizia a quegli uomini, ricordandoli per quello che realmente sono: morti sul lavoro. Lavoratori dipendenti, operai, mandati a morire in mezzo al deserto, per interposto Stato, dalle multinazionali petrolifere e dalle industrie che speculeranno (e stanno già speculando) sulla ricostruzione dell’Iraq. Lavoratori, come la maggior parte degli italiani. Che sono abituati (“usi”, dice latineggiando la lapide) a lavorare anche duramente, senza sottrarsi, e che lavorando spesso muoiono. Come accade in media a tre lavoratori al giorno, in Italia. Da Mirafiori ai cantieri edili, dalle impalcature traballanti fino a Nassiriya.
Purtroppo invece le commemorazioni di questi giorni, compresa quella di Todi, non parleranno di morti sul lavoro. Parleranno di Patria, parleranno di Nazione, parleranno di Onore. Parleranno di sacrificio, di martirio, di eroismo. Parleranno, sinistramente, di italica virtù guerriera. Dico sinistramente: perché ogni volta che si è parlato di virtù guerriere si è andati incontro, allegramente, a catastrofiche tragedie. Si è corso incontro, prima nel ’15, poi nel ’40, a inaudite carneficine con la baldanza di una giovinezza traviata dalle menzogne.
Ma gli italiani, la Storia insegna, non sono eroi. Non nel senso militaresco e retorico del termine, almeno. Poeti sì, anche grandissimi a volte. Santi forse per gioco, o per finta, o per convenienza. Navigatori per sbaglio. Ma eroi, guerrieri, no, mai. Il genio italico porta il milite nostrano a scappare, a ritirarsi, a trovare un rifugio sicuro. E non per viltà, o per furbizia, ma per autentica intelligenza.
Non si deve combattere se non si può vincere: è stato Machiavelli il primo ad intuirlo chiaramente, e forse l’ultimo, attaccando con acume tutto italiano la retorica del coraggio. Il coraggio molto spesso è stupido. E fosse stato per il genio italico, a Nassiriya forse i kamikaze non avrebbero trovato nessun carabiniere quell’undici di novembre. Purtroppo però il genio italico in quell’occasione era alle dipendenze dell’affarismo americano, che camuffa le ragioni del business sotto una stolida parvenza di ottuso coraggio. Il genio italico aveva avuto in appalto una guerra d’occupazione, e così gli è toccato restare, e morire.
Ma gli italiani non sono eroi, e quei ragazzi non sono martiri. Sono lavoratori morti facendo il proprio lavoro. Come l’esercito di operai morti mentre costruivano le autostrade, come i minatori sepolti vivi dentro le miniere del Belgio, come i soldati mandati sconsideratamente sul fronte russo durante l’inverno del 1942.
Non sono eroi: sono uomini che hanno lavorato fino alla fine, magari sbuffando, magari piangendo, magari sognando di disertare, magari pensando alla fidanzata lontana e alla sua lettera che non arriva. Sono questo gli italiani, eterni vitelloni, soldati albertosordiani che abbandonano il fucile per correre dietro ad una ragazza, begli imbusti gasmaniani che si fingono malati per rifugiarsi in infermeria. E che alla fine muoiono perché troppo ingenui o troppo generosi.
Si tratta certamente di stereotipi, è vero. Ma forse sarebbe meglio andare di fronte a quella lapide con questi stereotipi, così umani, così dissacranti, piuttosto che con quelli roboanti della retorica militare. Meglio un bamboccione vivo, insomma, che un eroe morto.

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