All’inizio era il “fattore K”. K come Kommunism. Era il principio guida (imposto dalla politica estera) della politica interna italiana: in quanto Paese del Patto Atlantico, l’Italia non poteva per nessun motivo essere governata da forze politiche che si ispirassero al comunismo.
Lontano dal potere, i comunisti avevano saputo costruire un fenomenale radicamento nel territorio. Avevano saputo alimentare narrazioni collettive suggestive, tenaci, capaci di costruire un immaginario al quale moltissimi elettori solo a fatica e con grandi nostalgie hanno potuto rinunciare. Soprattutto, lontano dal potere il comunismo italiano aveva costruito un’etica inossidabile.
Un’idea di moralità che faceva sentire militanti e simpatizzanti quasi antropologicamente diversi: un’altra umanità, non corrotta, uno Stato virtuale pulito dentro lo Stato reale, sempre più sporco. Un’idea di moralità ed eticità che si sintetizza nel luogo comune pronunciato anche dai più accaniti anticomunisti: “Berlinguer, però, era una brava persona.”
Tuttavia sembrerebbe in questo ultimo periodo che gli allievi di Berlinguer abbiano sperperato il patrimonio accumulato in tanti anni di “esilio”. C’è stata la caduta del muro di Berlino, e il dissolversi dell’Unione Sovietica.
Eventi che hanno comportato un mutamento profondo dello scenario geopolitico. E che, tra le altre conseguenze, hanno portato allo sdoganamento internazionale delle forze politiche ex comuniste. Ad un patto però: che rinunciassero a gran parte del proprio patrimonio ideologico e culturale. Che uscissero dalle macerie del muro magari sporchi di polvere, ma ripuliti dalle scorie che li avevano resi dei paria, degli intoccabili, degli esclusi: la lotta di classe, l’egualitarismo, l’avversione al libero mercato, il primato del pubblico sul privato.
E gli sventurati, pezzo dopo pezzo, risposero. Si liberarono di tutto, delle idee e dei simboli, dei riferimenti culturali e delle narrazioni che avevano fatto sognare a milioni di persone un futuro di emancipazione, di uguaglianza, di giustizia.
Soprattutto, lentamente, ma inesorabilmente, gli ex comunisti si sono spogliati della integrità resa possibile dalla lontananza dal potere. Si scrollarono di dosso la diversità antropologica per dimostrare che erano come tutti gli altri: che potevano sporcarsi le mani come tutti gli altri.
L’avvicinamento al potere era già cominciato con l’insediarsi nelle amministrazioni locali. Comuni, province, regioni. Governate saldamente, stabilmente, e tendenzialmente bene, grazie proprio a quel radicamento, a quella capacità di parlare con le comunità, sviluppata duante gli anni dell’esclusione, sviluppata quindi lontano dal potere.
Un dato di fatto che non va taciuto: alcune delle regioni più ricche, più moderne, meglio amministrate in Italia sono le storiche regioni “rosse”: l’Emilia Romagna, la Toscana, la stessa Umbria. Ma il circolo virtuoso sembra essersi spezzato.
In Campania le amministrazioni di centrosinistra tra inefficenze e collusioni hanno portato il territorio sull’orlo della catastrofe.
In Abruzzo numerosi amministratori del Pd sono indagati per aver permesso di riempire di veleni una falda acquifera nel pescarese.
A Genova uno scandalo di tangenti per appalti alimentari rischia di travolgere l’amministrazione comunale “diessina” di Marta Vincenzi, la quale con invidiabile cocciutaggine ha deciso, nonostante tutto, di rimanere al proprio posto (ispirandosi forse alla Jervolino e a Bassolino).
In Calabria sono numerose le amministrazioni locali “margheritine” commissariate per collusioni mafiose. A Roma la gestione rutelliano-veltroniana dell’urbanistica ha favorito una immane speculazione edilizia che ha consegnato la città nelle mani di avventurieri del cemento e di costruttori dagli scarsi scrupoli di sostenibilità.
Per non parlare delle celebri intercettazioni telefoniche di D’Alema e Fassino, o del caso De Magistris.
E adesso tocca anche all’Umbria, con queste ultime indagini che rivelerebbero una gestione della cosa pubblica sospettata di essere contaminata dalla corruzione. Sembra che un tappo sia saltato.
Le manovre di avvicinamento al potere da parte degli ex comunisti avrebbero comportato una progressiva contaminazione di quella classe dirigente. Avrebbero comportato l’adozione di pratiche di gestione del pubblico a bassissimo tasso di moralità.
Hanno comportato un’accettazione integrale dei sistemi di gestione del potere, democristiani prima e berlusconiani poi, che la sinistra ha sempre criticato. E non si sono limitati, gli ex e i post, a restare invischiati a loro volta in una nuova “questione morale”: ma hanno preso ad inseguire gli avversari su gran parte dei temi politici: dal liberalismo, al liberismo, dalle politiche securitarie alla flessibilizzazione (precarizzazione) del mondo del lavoro. Rinunciando così a descrivere un’idea diversa di società. Rischiando anche di indebolire, in nome della rottura con il passato, quei sentimenti antirazzisti ed antifascisti che la cronaca sta facendo tornare prepotentemente attuali.
“Il potere logora chi non ce l’ha”, è il celebre aforisma di Giulio Andreotti. Belzebù aveva ragione: perché il potere logora chi non ce l’ha ed è disposto a tutto pur di conquistarlo.
Lontano dal potere, invece, le persone, gli individui sono chiamati a ricostruire un’etica ed una morale. E a pretenderla anche dai rappresentanti che pretendono di farsi scegliere per gestire la cosa pubblica.









