Alle 17 e 20 del 20 luglio 2001 in Piazza Alimonda, a Genova, un ragazzo di vent’anni, Carlo Giuliani, veniva ucciso con un colpo di pistola dal carabiniere di vent’anni Mario Placanica.
A sette anni esatti di distanza, non mancano le ragioni per ricordare quella morte, e quei giorni di Genova in cui sono andati in scena il massimo della partecipazione politica e il massimo della repressione violenta, in cui la democrazia ha conosciuto, toccato e infranto i propri confini.
Prima di tutto, non sarà inutile ricordare la dinamica che ha portato a quel colpo di pistola, troppo spesso rimossa, occultata, mistificata.
Su Via Tolemaide si snoda il corteo autorizzato delle “tute bianche”, i Disobbedienti che puntano verso la Zona Rossa. Via Tolemide è un lungo budello stretto tra l’altissimo muro della ferrovia e le facciate dei palazzi. Non ci sono vie di fuga.
A metà di via Tolemaide, circa all’altezza di Piazza Alimonda, le forze dell’ordine caricano il corteo. Senza motivazioni plausibili. Senza che dal corteo siano partite provocazioni o atti di intemperanza. Non ci sono Black Bock.
Gli scontri sono durissimi, perché i manifestanti non possono scappare e devono cercare di resistere alle cariche. C’è una piccola traversa che congiunge Piazza Alimonda a via Tolemaide. Poliziotti e carabinieri caricano anche da lì, per aggredire il corteo di fianco e per chiudere una delle poche possibili vie di fuga.
In quel punto però le forze dell’ordine caricano in modo strano, incomprensibile. Molti agenti raccolgono sassi da terra e li lanciano ai manifestanti. Altri impugnano armi non in dotazione, oppure impugnano i manganelli al contrario, per fare più male.
E soprattutto quella carica è condotta secondo uno schieramento evidentemente insensato: davanti ci sono gli agenti a piedi, e dietro alcuni Defender dei carabinieri. Un errore strategico gravissimo, perché le camionette impedirebbero ai “fanti” una ritirata veloce e sicura. Ed è proprio quello che accade.
Alcuni manifestanti da via Tolemaide premono su quella traversa verso Piazza Alimonda. Gli agenti cominciano la ritirata. I Defender costretti a procedere velocemente a marcia indietro sbandano, vengono travolti.
In uno di quei Defender c’è Mario Planica. Fuori c’è Carlo Giuliani, che su via Tolemaide si era visto chiudere in trappola da ogni parte, come un topo. Il resto è più o meno noto. Ma l’antefatto è decisivo.
A Genova non c’è stata solo Piazza Alimonda. C’è stata anche la mattanza della scuola Diaz: l’irruzione notturna delle forze dell’ordine nel dormitorio ha fatto centinaia di feriti, teste rotte, ossa fratturate, nasi spaccati, giustificati con la presenza dentro la scuola di due bottiglie molotov che, si saprà poi, erano state portate lì dai poliziotti.
E poi ci sono state le torture nella caserma di Bolzaneto: umiliazioni, vessazioni dei detenuti, canti fascisti, botte, violenza verbale a sfondo sessuale sulle detenute donne.
La sentenza emessa qualche giorno fa dal tribunale di Genova riguardo ai fatti di Bolzaneto è l’altro importante motivo che spinge a parlare ancora di quei giorni di luglio, a ricordarli nonostante l’interesse pubblico sembri scemare.
La conclusione dei processi è stata la peggiore possibile. Perché da un lato ha confermato la sostanza delle accuse in tutta la loro gravità: quegli abusi, quelle violenze, quella sospensione dei diritti che da subito si erano denunciati ci sono stati, e sono avvenuti proprio come le vittime li hanno raccontati.
Dall’altro però, la sentenza fa in modo che per quei fatti, così gravi, così dolorosi, paghino, il meno possibile, il minor numero di persone possibile. Trenta assolti, quindici condannati, nessuno dei quali andrà in carcere (mentre in carcere, e con pene pesanti, sono finiti i manifestanti condannati per devastazioni e saccheggio).
Le forze dell’ordine (cioè: lo Stato) non sono state assolte, non sono quindi innocenti, ma nemmeno hanno pagato secondo le loro responsabilità.
Si conferma, in questo paese, una sostanziale strategia dell’impunità per chi delinque all’ombra del potere, a fronte di una crescente criminalizzazione di tutti coloro che invece da quell’ombra sono fuori (cioè la maggior parte dei cittadini) o addirittura contro.
Questa sentenza soft, passata in punta di piedi sugli organi di informazione, rappresenta l’ennesima occasione persa dall’Italia per affrontare un dibattito trasparente sullo stato di salute della propria democrazia, sul bilanciamento dei poteri, sul livello dei diritti, soprattutto sul funzionamento e sui meccanismi della partecipazione politica.
Un altro dei motivi che porta ancora, a sette anni di distanza, a sentire il bisogno di riflettere sui giorni di Genova è la convinzione che l’estate del 2001 sia stata un punto di svolta nel modo di percepire e di vivere la politica nazionale e internazionale. Soprattutto per i giovani della mia generazione, Genova è stato un traumatico battesimo politico.
Ci affacciavamo giovanissimi all’impegno e alla partecipazione, mettevamo per la prima volta il naso fuori di casa, ci interrogavamo con passione su problemi di portata globale. A salutare tanto entusiasmo abbiamo trovato (tanto chi a Genova c’era quanto chi seguiva quelle giornate da lontano) la violenza, le manganellate, la criminalizzazione. E più tardi le bugie, le mistificazioni, le verità negate.
Chiedevamo partecipazione, sognavamo “un altro mondo possibile”, costruivamo la nostra strada alla democrazia, un diverso e più giusto concetto di democrazia, e lo Stato ci ha risposto con una gestione disastrosa di quei giorni, piena di “errori” commessi non si sa ancora se in buona o in cattiva fede.
E poi, dopo l’11 settembre, le nostre speranze si scontrarono con la guerra globale, lo spettro del terrorismo, il conflitto permanente e asimmetrico. E ci dissero che protestare contro l’ordine mondiale significava essere d’accordo con chi aveva buttato giù le Twin Towers.
Non affrontare il nodo di quei giorni, eludere continuamente la discussione sul significato e sul destino della democrazia dopo quei tre mesi del 2001, è l’irresponsabilità più grave della quale la mia generazione accusa questa classe politica, in qualunque delle sue due impercettibili sfumature essa si presenti.











