La presenza di una proteina nota come galectina 3 potrebbe aiutare i medici a determinare se un nodulo tiroideo è maligno o benigno; attualmente l'85-90% dei noduli asportati sono benigni

L’Umbria è notoriamente una regione in cui l’incidenza dei noduli alla tiroide è molto elevata. La presenza di noduli ovviamente allarma i pazienti, ma ora ci potrebbe essere un sistema che può attenuare notevolmente le preoccupazioni.
Fino ad ora non esistestavano  criteri precisi per distinguere i noduli a struttura follicolare benigni (iperplasia e adenoma) da quelli maligni (veri e propri carcinomi) e, di conseguenza, si tende a rimuovere chirurgicamente gran parte delle lesioni nodulari tiroidee più per problemi diagnostici che per reale necessità terapeutica, praticando interventi di asportazione della tiroide parziali o totali.
Una volta rimossa la tiroide, il paziente però è costretto ad assumere farmaci per rimpiazzare gli ormoni che la ghiandola normalmente produce.

Ora, secondo i risultati ottenuti dai ricercatori del Gruppo di studio italiano per il tumore della tiroide (ITCSG), una proteina nota come galectina 3 potrebbe aiutare i medici a determinare se un nodulo tiroideo è maligno o benigno (solo il 10-15% circa dei noduli asportati è realmente maligno).
Nel loro studio, reso possibile anche da finanziamenti AIRC, i ricercatori Armando Bartolazzi e colleghi hanno dimostrato la presenza di galectina 3 nelle cellule tiroidee maligne ottenute per ago-aspirazione e l’assenza di questa molecola nelle cellule tiroidee normali o di pertinenza di lesioni benigne.

Lo studio prospettico effettuato su circa 560 pazienti ha dimostrato che quasi il 90% delle diagnosi di malignità basate sul test alla galectina 3 sono state confermate anche dall’esame istologico post-operatorio, mentre le cellule tiroidee galectina-3 negative appartenevano quasi invariabilmente a noduli benigni.
Questo indica che il test diagnostico messo a punto è attendibile ed è in grado di identificare in maniera corretta la natura dei noduli nella maggior parte dei casi.
“Il test non può sostituire l’ago aspirato”, affermano gli autori dello studio, “ma dovrebbe affiancarlo nei casi in cui la diagnosi è incerta in modo da poter evitare interventi chirurgici non realmente necessari”.

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