Molte altre persone si trovano nella stessa situazione e devono essere aiutate anche se, per pudore, non lo chiedono

Quanto è accaduto ad Orvieto è sintomatico di una situazione drammatica che devono affrontare coloro che hanno da assistere persone disabili.
Il problema non è diverso se l’assistente ha un suo lavoro o se si dedica totalmente all’assistenza del disabile.
In entrambi i casi lo stress è enorme, alla lunga insostenibile e basta poco perché si varchi il confine del non ritorno.
E’ ciò che ha dovuto affrontare un “ragazzone” di 43 anni, orfano di genitori, che da parecchi anni si prendeva cura del fratello, che ha qualche anno più di lui e da sempre è affetto da gravi patologie.
Il più piccolo dei due aveva anche dovuto lasciare il lavoro, per stare accanto all’altro ed accudirlo perché non può essere lasciato solo se non per pochi minuti.

Erano anni che chiedeva aiuto, bussando a ogni porta: forse un lavoro gli avrebbe dato una mano, più che per gli aspetti economici, soprattutto perché gli avrebbe spezzato la giornata, lo avrebbe distratto dal problema che l’assillava.
Forse le istituzioni avrebbero dovuto capire che era anche lui quello da aiutare, che aveva bisogno di qualche poca ora d‘aria al giorno, di rassicurazioni sul futuro dell’amato fratello, nel caso che lui non ci fosse stato.
Ma la risposta evidentemente è stata sempre negativa.
Quando lo sconforto, la solitudine, la preoccupazione per l’avvenire ha lasciato il posto alla disperazione, il “ragazzone” ha scelto la strada più devastante. Ha legato una corda al proprio collo ed a una grata e si lasciato cadere da un muretto.

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