Soppresso, senza sentire nessuno, l'ente interregionale per l'irrigazione che costava allo Stato solo 14mila euro l''anno
montedoglio

La guerra dell’acqua è scoppiata in Umbria e Toscana, prima ancora che la privatizzazione del sistema idrico sia operativa.

L’idea di creare una diga a Montedoglio nasce negli anni sessanta come risultato di una serie di studi effettuati da esperti dell’Ente Autonomo per la Bonifica, l’Irrigazione e la Valorizzazione Fondiaria nelle provincie di Arezzo, Perugia, Siena e Terni, che dal 1991 era denominato "Ente Irriguo Umbro-Toscano".
 Il progetto doveva rappresentare la soluzione del "Piano Generale Irriguo per l’Italia Centrale", prevedendo un complesso sistema di dighe, gallerie, laghetti e canali da realizzare per uno sviluppo moderno dell’agricoltura nei terreni di pianura e di dolce collina appartenenti ai bacini superiori del Tevere e dell’Arno nelle provincie di Arezzo, Perugia, Siena e Terni.
Ma «Viva disapprovazione, sconcerto e sorpresa» per la soppressione dell’Ente irriguo umbro-toscano sono stati espressi dai presidenti delle due Regioni, Maria Rita Lorenzetti e Claudio Martini, in una lettera aperta inviata al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e ai ministri della Semplificazione normativa, Roberto Calderoli, e dell’Agricoltura, Luca Zaia. Nella lettera – i presidenti Lorenzetti e Martini definiscono la decisione frutto di una «operazione improntata alla massima improvvisazione istituzionale», con conseguenze gravissime per le due regioni. I due presidenti nella lettera ricordano che «come dovrebbe essere ben noto, alle moltepli
ci ma unitarie attività ed alle competenze del disciolto ente, il cui bilancio è sostanzialmente in equilibrio dal 2002 come anche messo in evidenza nelle Relazioni presentate ogni anno al Parlamento dalla Corte dei conti, sono inscindibilmente legate questioni di fondamentale importanza per gli interessi delle due regioni in materia di approvvigionamento irriguo, idropotabile, tutela ambientale, gestione degli eventi di piena e regolazione dei deflussi, e così via». «
Sorprende e sconcerta, soprattutto – affermano Lorenzetti e Martini -, che tale decisione sia maturata senza alcun confronto preventivo con le Regioni che hanno competenza preminente in materia di governo delle risorse idriche ».
«Si tratta, con ogni evidenza – proseguono i due presidenti -, di una operazione improntata alla massima improvvisazione istituzionale. Essa non mancherà di produrre ricadute assai negative sui cittadini utilizzatori della risorsa idrica, sulle aziende agricole che utilizzano l’acqua per scopi irrigui, sul sistema delle imprese che hanno in corso appalti di lavori per conto dell’ente concessionario dello Stato ed attuatore di interventi di protezione civile».

Per queste ragioni Lorenzetti e Martini chiedono «con la massima urgenza, un incontro per ricercare congiuntamente il percorso istituzionale più corretto per uscire dalla situazione che si è determinata, anche al fine di evitare altri problemi, oltre a quelli già di per sè gravi prodotti con le scelte compiute, auspicando soluzioni condivise e giuridicamente corrette in grado di evitare la soluzione di continuità delle molteplici attività svolte dall’ente soppresso». La «estrema gravità» della soppressione dell’ente, per ciò che riguarda l’Umbria, è determinata – si legge ancora nella nota – dal fatto che rischiano di essere compromessi interventi che nel loro insieme rappresentano il più rilevante schema idrico dell’intera Italia centrale cui sono legate questioni di «fondamentale importanza» quali il Piano regolatore degli acquedotti dell’Umbria, i programmi idropotabili di quattro Ambiti territoriali umbro-toscani (Aato n. 4 -Alto Valdarno, Aato n.6 – Ombrone; Aato N. 1 Perugia; Aato n.3 – Medio Valdarno); l’equilibrio idrologico del bacino del lago Trasimeno; l’alimentazione a scopo irriguo di ampie aree dell’Umbria e della Toscana; la gestione degli eventi di piena e la regolazione dei deflussi dagli invasi artificiali nell’ambito della gestione del Sistema di allertamento per il rischio idraulico ai sensi della Direttiva del Presidente del Consiglio dei ministri 27 febbraio 2004.
Sospendere o danneggiare tali attività, oltre a «evidenti riflessi civilistici, può comportare anche riflessi di tipo penale avendo le stesse (e quelle dell’Ente) il carattere di servizio pubblico essenziale ai sensi della legge 12 giugno 1990, n.146».
Secondo la Regione occorre anche ricordare, peraltro, che «i dati economico-finanziari, frutto dell’ottimo lavoro compiuto dalla gestione commissariale in vista del riordino, sono tutt’altro che disprezzabili: la spesa corrente, è coperta per circa il 97% da entrate proprie proveniente dalle gestioni (irrigue, idropotabili ed energia) e da servizi eseguiti per conto dello Stato o di altre amministrazioni pubbliche e solo il 3% proviene da contributi, rendendo l’Ente un soggetto ad alta autonomia finanziaria.
Il costo che lo Stato sarà chiamato a sostenere a proprie spese per aver interrotto una gestione che era interamente a carico degli utenti o dei beneficiari dei servizi resi – cioè non gli costava nulla – non è di facile quantificazione, ma si preannuncia molto salato. Il beneficio certo per lo Stato derivante dalla soppressione è pari al contributo annuale in conto esercizio che, per il 2009, è stato di circa 14mila euro».
«Non pensi il Governo di scaricare eventualmente il peso di questo suo grave errore addosso alle Regioni
– sottolinea la presidente della Regione Umbria – come è ormai divenuto suo costume in questi ultimi tempi, vedasi la vicenda degli ammortizzatori in deroga o del ‘Fas’. Insomma, tentare di rimediare alle sue inefficienze riversandone i relativi costi sulle Regioni. Sappia il Governo, sin da ora, che in ogni caso ci riserviamo di denunciare alle autorità competenti il conseguente danno che ne scaturirà, sia sotto il profilo civilistico, che penalistico e contabile.
Con amarezza – conclude Lorenzetti – verrebbe da dire che sarebbe stato quasi impossibile, riuscire a fare più danni di così in un colpo solo».

 

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