Visto da Canonica, il tempio caro ai tuderti  appare più bello di quand'era in penombra

tempio-consolazione-todi

L’ho di fronte adesso, incorniciata da due querce, ed è bellissima in queste gelide notti di dicembre, ammirata dalle finestre di casa mia. Mancavo da Todi, non l’avevo ancora potuta vedere, ma ho seguito le polemiche che hanno accompagnato l’illuminazione del tempio tanto caro ai tuderti. Adesso che l’ho negli occhi posso dire che è più bella, ma tanto più bella  di quand’era in penombra.
L’ho messa a fuoco anche con il binocolo e non ho potuto trattenermi dal pensare che se gli artefici d’allora, dall’insigne Bramante agli scalpellini, ai disegnatori dei fregi ai coraggiosi capomastri che  hanno innalzato quei marmi  sulle incerte impalcature di legno,  avessero potuto immaginare che gli eredi di tanta bellezza l’avrebbero potuta godere anche nelle notti più buie di alcuni secoli dopo, non avrebbero sentito il bisogno di  aggiungere nessun  dettaglio di eleganza. Perchè così è perfetta sia con la luce del sole, sia inondata d’illuminazione. E la sacralità del luogo  emana nuovi doni di spiritualità.

Non ho competenze per dire se l’installazione dei riflettori  ha violentato la fragilità dei marmi, ma spero che il buonsenso sia stato usato. Posso solo portare a testimonianza autorevole la cupola di San Pietro. Dall’imbrunire è tutta avvolta nella luce color acquamarina  e l’illuminazione è diffusa dalle parabole  collocate sul tetto della basilica e tutt’attorno alla base del tamburo sul quale poggia l’ardita creatura architettonica di  Michelangelo. E la luce  bianca inonda anche la sfera collocata più in alto e ogni dettaglio architettonico –    gli archi, le mensole, i finestroni, le cuspidi –     è offerto dall’illuminazione allo sguardo ammirato di milioni di fedeli e di curiosi. 
Sono convinto  che Michelangelo, Bramante e il Maderno guardino felici con gli occhi di lassù la loro sontuosa creatura  piena di luce.
E andando più indietro nel tempo vien da pensare allo struggimento che possono provare gli artefici del Colosseo e dell’anfiteatro di Verona,  guardando sempre da lassù la  fascinosa illuminazione di quelle pietre che portano la loro impronta e che  il trascorrere dei secoli ha reso più morbide.
Tutte le notti, in tutte le città d’arte che fanno ammirevole  la penisola,   s’affacciano dal  buio gli occhi curiosi di architetti, capomastri, scultori, muratori, carpentieri che hanno creato centinaia di monumenti,  sacri e profani, basiliche e palazzi, chiostri e cupole,  e li ammirano,  pieni di gratitudine,   illuminati come non mai prima.
A proposito di luce ricordo  ancora le polemiche feroci che precedettero il restauro e la pulizia della Cappella Sistina. Si sostenne caparbiamente  che Michelangelo l’aveva dipinta così come la si vedeva allora, prima che i restauratori, saliti sui ponteggi, cominciassero a togliere il grasso dei fumi  delle fiaccole dalla volta e dalle lunette. Quando il mondo ha potuto aprire gli occhi su quegli splendidi vividi  colori, riemersi dai secoli bui,  è stato un gioioso passa-parola di continente in continente. Miracoli di fede, ma soprattutto miracoli della tecnica che sa riempirci di emozioni.

condividi su: