Un'analisi effettuata dal Dipartimento di Discipline Giuridiche e Aziendali dell’Università di Perugia dà lo spunto all'imprentitoria privata per richiedere di accedere in maggior misura alla gestione dei servizi pubblici
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E’  diffusa percezione di una presenza importante del settore “pubblico” nell’economia dell’Umbria, cosa che i per sé, commenta la Confindustria Umbria, non è né un fatto positivo né negativo perché è ormai superata l’antica dicotomia che contrappone l’efficienza privata allo spreco pubblico, ma che tuttavia costituisce un fatto sociale di notevole interesse meritevole di una analisi approfondita.
I ricercatori del Dipartimento di Discipline Giuridiche e Aziendali dell’Università di Perugia hanno ffettuato uno studio per far luce sul ruolo svolto dal “pubblico” nell’economia locale, adottando un approccio economico-aziendale anche per evitare una lettura certamente scontata, e anche carente, della realtà socio economica locale.
E’ emerso un quadro di grande interesse, che talvolta conferma e qualche altra sconfessa alcuni stereotipi della realtà umbra fondati più sul sentire comune che su una rilevazione puntuale della realtà.
Un quadro con luci ed ombre, dice Confindustria, dove si possono cogliere alcuni aspetti di criticità legati al sistema di governance ed alle ridotte dimensioni operative aziendali, che impattano negativamente su alcuni parametri di efficienza.
Dalla ricerca, che ha considerato l’attività svolta nell’intervallo temporale di otto anni (dal 2000 al 2007), è emerso che la spesa generata in Umbria dal settore pubblico allargato si è incrementata in termini reali del 18,2%, percentuale inferiore a quella italiana (pari al 23,3%); tale aumento è attribuibile per una media del 68% al livello statale e per il restante 32%, equamente ripartito, al livello regionale e sub-regionale.
Considerando il PIL regionale, nel periodo si è registrato un incremento del 7,8% in termini reali, superiore del 18,2% rispetto all’aumento nazionale, pari al 6,6%.
L’incidenza della spesa pubblica sul PIL regionale si è attestata su una media del 67%, superiore di cinque punti a quella nazionale.
I dati evidenziano un fenomeno che merita attenzione: in media, nel periodo considerato, circa i due terzi della ricchezza generata dal sistema economico umbro è di matrice pubblica (come provenienza e gestione) e tale percentuale è andata aumentando; se poi si considera che per circa il 68% la spesa pubblica umbra è generata da soggetti direttamente riconducibili allo Stato centrale, si può calcolare che la quota di ricchezza prodotta da operatori regionali, pubblici e privati, raggiunge il 55%.
In altre parole nella nostra regione la dipendenza dal comparto pubblico, ed in particolare dall’amministrazione centrale, è forte e questo pone importanti sollecitazioni non solo a migliorare la qualità delle politiche allocative delle risorse, ma anche a ricercare, secondo l’ovvia visuale di Confindustria, modelli maggiormente sinergici di interazione con il privato.
E uno degli spazi in cui il mondo pubblico e quello privato si possono interfacciare più intensamente è quello della gestione dei servizi di interesse generale, che evidentemente rappresenta un settore appetibile per l’intervento privato, ma in cui l’interesse a risultati economici è di difficile conciliazione con l’interesse sociale.
Elementi di criticità sono emersi dall’apprezzamento delle performance economiche e dall’osservazione di livelli di produttività del lavoro estremamente differenziati tra i settori e significativamente inferiori rispetto alle imprese private umbre con maggiori livelli di fatturato, anche in conseguenza delle ridotte dimensioni delle aziende e delle caratteristiche dei sistemi di gestione non sempre compatibili con i volumi produttivi propri delle unità regionali e con l’ampiezza delle retribuzioni lorde corrisposte. Quindi la necessità di una maggiore efficienza del pubblico 
Ad un confronto con le aziende pubbliche operanti nelle Marche e Toscana e con le imprese private dei settori dell’igiene urbana, dei trasporti e dell’acqua.
È risultato che l’Umbria, rispetto alle regioni limitrofe, è caratterizzata da una minore presenza delle imprese private in rapporto a quelle pubbliche, da un più limitato livello di patrimonializzazione di queste ultime, con conseguenze negative sulla formazione delle tariffe da applicare all’utenza, e, nel settore dei trasporti, da un turnover (valore della produzione/capitale investito) molto modesto in rapporto alle performance delle aziende operanti nelle altre regioni, denotando così un eccessivo grado di immobilizzo dei fattori durevoli.
Reso noto, infine, che la banca dati Consoc, gestita dal Ministero della Funzione Pubblica, quantifica in 6.752 unità, di cui 2.991 consorzi e 4.461, le società partecipate da Amministrazioni Pubbliche nel 2008, per un totale di 23.400 componenti di consigli di amministrazione.

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