“Cornuto e mazziato”: il noto detto si attanaglia bene alla situazione dei single di fronte al fisco.
Il sigle deve, per una legge matematica, subire più spese di quante ne sopportino in media i componenti di una famiglia ed in più paga anche un maggior importo di tasse.
Non è che quelli con famiglia stiano poi troppo bene, perché il fisco italiano resta tra i più pesanti del mondo secondo il rapporto sulla tassazione dei salari dell’Ocse.
Il carico di tasse e previdenza nella Penisola è di 10 punti superiore alla media dei Paesi industrializzati.
Ad un single resta in tasca una remunerazione netta che è inferiore al 55% del costo del lavoro sostenuto dal datore di lavoro e via via che cresce il reddito ai contribuenti resta un salario sempre percentualmente inferiore fino a scendere sotto al 50%. Per il single ad alto reddito, quindi, il cuneo è del 51,5% (51,6% nel 2008), il quinto più elevato nell’area Ocse.
Va meglio per le famiglie: un nucleo composto da un genitore con due figli con una remunerazione pari al 67% del reddito medio ha sostenuto una pressione fiscale più leggera nel 2009 (25% contro 25,5% nel 2008), ma pur sempre maggiore di circa 8 punti alla media Ocse.
Per una famiglia monoreddito con 2 figli il cuneo fiscale è stato del 35,7% (-0,4% dal 2008) contro la media Ocse del 26%.
Nel caso della famiglia con due figli dove lavorano entrambi i genitori, il cuneo è rimasto del 38% nel caso il secondo salario sia ‘leggero’ ed è del 41,3% se il secondo salario è più consistente. In ogni caso si resta a 10 punti dalla media Ocse.
Per la famiglia monoreddito con 2 figli il cuneo era del 39% nel 2000, con un imposta sul reddito pari al 15,3% contro il 12,4% attuale e per la famiglia con due salari era del 40,9%.
La pressione fiscale è aumentata lievemente solo per i contribuenti single con elevato reddito.
I dati ovviamente sono medi e quindi scontano l’elevata percentuale di evasione italiana ed evidenziano anche l’ingiusta equiparazione ai fini della tassazione dei redditi da rendita con quelli da lavoro, che in linea teorica dovrebbero diminuire al crescere dell’impegno lavorativo nella misura in cui la retribuzione sia commisurata, come dice la Costituzione, alla quantità ed alla qualità della prestazione







