Nell’aprile dello scorso anno Alberto Pietrini fu condannato all’ergastolo dalla Corte d’assise di Perugia dopo solo due ore di camera di consiglio per aver assassinato con 17 coltellate la moglie Marisa Radicchia.
E dopo un anno e una settimana si chiuse il primo capitolo dell’omicidio di Casacastalda.
L’ergastolo anche per una serie di aggravanti dai futili motivi al "rapporto di coniugio" tra la vittima e il presunto aggressore, che dal carcere continuava a professarsi innocente.
Per l’accusa, vari i segni premonitori della tragedia dai litigi col figlio Simone e le intenzioni omicide confessate dall’uomo tra una chiacchiera e l’altra al bar del paese.
La ricostruzione dell’accusa vide Pietrini che, armato con un pugnale verniciato di rosso sferra la prima coltellata alla testa della moglie: "un delitto d’impeto", ma poi "Un accanimento su un corpo che non ha più possibilità di difesa"
L’uomo fu trovato dai carabinieri in bagno, la stanza più lontana dalla cucina dov’era aperto il gas.
Ma sul pugnale usato, in un delitto d’impeto, non c’è l’impronta del condannato.
Uomo che oggi ha lanciato clamorose accuse davanti ai giudici della Corte d’assise d’appello di Perugia “Ad uccidere mia moglie Marisa Radicchia sono stati tre uomini incappucciati, tra di loro c’era anche mio figlio Simone».
L’imputato, ha sostenuto di aver riconosciuto il figlio Simone «dagli occhi, dalla bocca e dalla voce».
E di essere stato ferito ad una mano «da uno degli uomini incappucciati» con un «ferro», un oggetto contundente non meglio specificato, prima di svenire. «Una volta che mi sono ripreso ho visto la mia compagna a terra, il sangue. Poi ricordo di essermi svegliato in ospedale».







