Molti single contavano di poter risolvere un problema non da poco quando si sta veramente male e non si va al lavoro.
Il sistema in sperimentazione, che consente l’invio on line del certificato di malattia, all’Inps e di conseguenza al datore di lavoro evitando di dover uscire di casa, o cercare qualcuno che lo faccia, per spedire le raccomandate, non avrebbe tenuto conto del ruolo cruciale che i medici dovrebbero assumere né delle loro idee.
Il Sindacato medici italiani (Smi), a pochi giorni dall’entrata in vigore dell’obbligo (a metà luglio) dell’invio telematico all’Inps dei certificati da parte dei camici bianchi, chiede una «proroga e un ripensamento radicale del sistema previsto dal ministro Brunetta»
Secondo loro il sistema non funziona, ma non manca anche un riferimento alla “pecunia”.
Per lo Smi, il Ministro “con il colpevole assenso di qualche sindacato di settore che ha scambiato i medici per impiegati dell’Inps. Lo abbiamo ripetuto in tutti i modi: la rete internet ha una presenza sul territorio disomogenea, si sono sottovalutati i costi a carico dei medici di famiglia per fornirsi della banda larga e di adeguati supporti informatici, di certo non coperti dall’insufficiente indennità informatica prevista nella convenzione (circa 78 euro al mese).
Ma anche le regioni che hanno provveduto a realizzare motu proprio una rete informatica, come la Lombardia, stanno scontando non poche difficoltà»
Ma non finisce qui, secondo lo Smi, «è mancata la previsione delle ricadute del decreto e del nuovo sistema nei pronto soccorso e nelle guardie mediche, strutture spesso sfornite di qualunque supporto informatico.
È bene, infatti, ricordare, che in teoria l’obbligo di certificazione online riguarda tutti i medici, dipendenti e convenzionati. Non solo: si è sottovalutato l’onere burocratico sul medico che sottrae tempo al paziente per fare un mero lavoro impiegatizio».










