Secondo la Suprema Corte i giudici devono applicare misure restrittive sin dal secondo episodio di stalking
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Gli omicidi di donne di questi ultimi giorni suscitano allarme ed in effetti, senza contare i più recenti, dalle statistiche risulta che questi hanno subito un «incremento significativo» nell’ultimo decennio: la maggioranza delle vittime restano gli uomini, ma le donne uccise sono passate dal 15,3% del totale nel periodo 1992-’94 al 23,8% del biennio 2007-2008.
È quanto si ricava dall’ultimo rapporto Eures-Ansa su «L’omicidio volontario in Italia». Secondo il rapporto il dato di fatto è «riconducibile  al decremento degli omicidi della criminalità organizzata (che colpisce quasi esclusivamente gli uomini) accompagnato da una progressiva maggiore incidenza dei delitti in famiglia (all’interno dei quali le principali vittime sono donne)».
Se ci si ferma all’ultimo anno disponibile, il 2008, si osserva che la vittima è una donna in un caso su 4 (il 24,1%.
Ma, in percentuale, l’anno peggiore dell’ultimo decennio è stato il 2006
: le donne uccise furono 181, pari al 29,4%).
Ed è il Nord, «dove sono più frequenti gli omicidi in famiglia», a registrare la quota prevalente delle vittime di sesso femminile – 70, pari al 47,6% delle 147 uccise nel 2008 in Italia – a fronte del 29,9% al Sud (44 vittime) e del 22,4% al Centro (33 vittime).
Al Sud la distribuzione delle vittime vede prevalere nel 2008 gli uomini sulle donne di oltre 70 punti percentuali (attestandosi i primi all’86,3% e al 13,8% le seconde), ma lo scarto di genere si riduce significativamente al Centro (66% le vittime uomini e 34% donne) e al Nord (rispettivamente 63,9% e 36,1%).
Disaggregando i dati a livello regionale, gli uomini registrano un numero di vittime superiore a quello delle donne in quasi tutte le regioni italiane: fanno eccezione soltanto l’Umbria e il Molise, in cui prevalgono nel 2008 le vittime di sesso femminile (5 a fronte di 2 vittime tra gli uomini in Umbria e 2 contro nessuna vittima tra gli uomini in Molise).
La regione che detiene il triste record dei femminicidi è la Lombardia (26, pari al 17,7% del totale), seguita dalla Toscana (15, pari al 10,2%), dalla Puglia (14, pari al 9,5%) e dall’Emilia Romagna (12 femminicidi, pari all’8,2%).
 In termini relativi sono però la Liguria, il Molise e l’Umbria a registrare il rischio più alto, rispettivamente con un indice di 1,3, 1,2 e 1,1 omicidi ogni 100 mila donne (la media nazionale è di 0,5 omicidi ogni 100 mila donne).
Riguardo all’ambito in cui si è consumato l’omicidio, il rapporto Eures-Ansa evidenzia che il 70,7% dei femminicidi è stato compiuto nel 2008 all’interno di contesti familiari (104 donne uccise, a fronte di 67 uomini), segnando tuttavia un leggero calo rispetto al 74% del 2006. Aumentano invece le donne vittime della criminalità comune (21 casi, pari al 14,3% delle vittime totali in questo ambito) e degli omicidi tra conoscenti (dal 4,4% del 2006 al 6,8%), mentre non si registra nel 2008 alcun femminicidio compiuto dalla criminalità organizzata (a fronte di tre casi del 2006 e di un caso nel 2007).
Le donne più colpite sono le anziane (36 vittime, pari al 24,5% del totale), con numerosi omicidi di coppia o ‘pietatis causa’, ma il rischio è alto anche «nell’età feconda, in cui le donne sono uccise prevalentemente all’interno di rapporti di coppia, per ragioni passionali: il 21,8% delle vittime di sesso femminile ha infatti tra i 25 e i 34 anni (32 vittime)».
Per cercare di fermare questo trend la Cassazione, con la sentenza 25527, ha ammonito i giudici di merito ad emettere subito misure di sicurezza – come gli ordini di allontanamento o l’obbligo di dimora nei confronti del molestatore – a tutela delle vittime di stalking, spesso messi in atto da mariti o ex conviventi quando si separano dalla compagna.
Bastano due atti di molestia per far scattare la protezione della vittima, rilevano i supremi giudici invitando i loro colleghi, che raccolgono le denunce delle donne in pericolo, a non sottovalutare i rischi degli "atti persecutori". 
Per la Cassazione "anche due soli episodi di minaccia o molestia possono valere ad integrare il reato di atti persecutori previsto dall’art. 612 bis del codice penale, se abbiano indotto un perdurante stato di ansia o di paura nella vittima, che si sia vista costretta persino a modificare le proprie abitudini di vita”.

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